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L’EREDE/ Famiglia, tensione e favole, per un film che porta un "alieno" nei cinema

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Una scena del film L'erede  Una scena del film L'erede

Bruno è un medico trentacinquenne che, dopo la morte del padre, eredita una vecchia villa di campagna situata sugli Appenini. Trasferitosi da Milano per qualche giorno, in modo da sovrintendere i lavori di restauro, Bruno farà la conoscenza dei vicini di casa, amici del padre (che gli aveva affidato la gestione della fattoria annessa alla villa). Inizialmente accolto cordialmente, Bruno conoscerà pian piano non solo i lati oscuri dei suoi vicini di casa, ma anche quelli del suo passato e di quello della sua famiglia.

L’erede, lungometraggio d’esordio del regista italo-francese Michael Zampino, è un insolito prodotto per il cinema italiano. Insolito perché si tratta di un film thriller-noir, genere che nel Bel Paese non è mai andato granché di moda (purtroppo). Complimenti quindi a regista e produttore per il coraggio di proporre in Italia un genere alieno, pur adattandolo con intelligenza alle tematiche del nostro cinema (non stupiamoci quindi se L’erede si possa definire, in fondo, come un thriller-familiare)

Nonostante faccia fatica a decollare, la pellicola mette in evidenza le doti registiche di Zampino, capace di costruire con pochi elementi una buona tensione narrativa e di realizzare una prima parte solida e ben equilibrata, i cui meriti sono però parzialmente cancellati da una seconda parte dai toni sin troppo eccessivi, compreso un epilogo urlato e inutilmente melodrammatico.

Si nota anche la volontà del regista di provare qualcosa di nuovo a livello visivo: qualche suggestione grafica funziona, ma il budget non sempre supporta il regista, anche se la buona fotografia di Mauro Marchetti (Dellamorte dellamore, Il muro di gomma) riesce a donare al film un’atmosfera sospesa tra il realismo e la favola oscura.



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