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I PINGUINI DI MR. POPPER/ La fiaba col “lieto fine” che sottovaluta i bambini

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Una scena del film I pinguini di Mr. Popper  Una scena del film I pinguini di Mr. Popper

Dispiace un po’ per Jim Carrey, talento multiforme, faccia di gomma buona per le risate quanto per i drammi sottili (come Man on the Moon di Forman, Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry e The Truman Show di Weir), a cui il botteghino sorride poco quando vuole lasciare le sue capacità libere di esprimersi. E così, alla soglia dei 50 anni e con qualche flop sulle spalle deve accontentarsi di un progetto 20th Century Fox (I pinguini di Mr. Popper) pensato per i bambini. E pensato nemmeno tanto bene.

Carrey interpreta il Mr. Popper del titolo - rigorosamente senza nome -, affarista immobiliare privo di scrupoli il cui padre, viaggiatore in giro per il mondo che non vede da anni, lascia in eredità un pinguino (che per un equivoco diventeranno presto sei). Inconvenienti a go-go, gag ed equivoci con vicini e datori di lavoro: vorrebbe darli via, se non fosse che gli animaletti riusciranno a ricomporre la sua famiglia, moglie e figli, che il lavoro avevano spezzato.

Film convenzionale e industriale come pochi altri prodotti da una major negli ultimi anni, diretto da Mark Waters (Se solo fosse vero) e scritto da Sean Anders, John Morris e Jared Stern a partire da un romanzo di Richard e Florence Atwater per sfruttare in un colpo solo la buffoneria del protagonista, la leziosità dei pinguini e la morale insita in ogni fiaba.

Come gran parte di questi prodotti, il cuore dell’operazione è infatti nel messaggio assolutamente conformista per cui - come in ogni racconto Usa degno di questo nome - oltre all’unità della famiglia tradizionale, ossia quella del matrimonio (e se questo si è rotto si ricompone) e dei figli, contano il successo, il denaro, la ricchezza, la quale non solo non è alternativa alla famiglia, anzi, può aiutarla.



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