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ARIRANG/ La dura lotta di un regista contro il proprio male di vivere

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Il regista coreano Kim Ki-duk (Foto Ansa)  Il regista coreano Kim Ki-duk (Foto Ansa)

Il circo doloroso e narcisista messo in piedi da Ki-duk racconta, facendo finta di cercare i colpevoli, la crisi artistica di un regista, il suo blocco totale nei confronti delle storie e della vita. Non è infatti un mistero che da L’arco in poi il cinema di Ki-duk sia diventato manierista e sempre meno acuto nelle sue osservazioni esistenziali; in questa ottica Arirang è un grande reset che Kim Ki-duk fa al suo cinema. È da qui che vuole ripartire, dallo sguardo impietoso (ma autocompiaciuto) su se stesso e sul suo mondo, uno sguardo che vuole distogliersi dall’autoreferenzialità per gettarsi altrove.

In questo, il finale di fiction in cui il regista uccide i suoi detrattori e poi uccide se stesso (dopo aver costruito in casa la pistola), assume un significato quasi trascendentale, dove il regista abbandona il suo corpo distrutto per andare da qualche altra parte, ovunque ma sempre lontani da sé.

Kim Ki-duk misura con Arirang la sua capacità di fare ancora film. Non possiamo dire con certezza che il nuovo film del regista coreano sarà un capolavoro, ma sarà certamente interessante leggerlo sotto l’ottica di questa seduta psico-analitica, di questa intervista auto-accusatoria che è Arirang.

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