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FESTIVAL DI VENEZIA 2011/ Vent’anni fa il Leone d’Argento al "Re Pescatore", il film sul perdono

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Una scena de La leggenda del Re Pescatore  Una scena de La leggenda del Re Pescatore

«Chi poco semina poco raccoglie. Chi vuole bella messe getti la propria semenza in un luogo così grato che Dio lo ricompensi duecento volte, perché in terra che non vale anche il buon seme secca e viene meno». Chissà se il cineasta statunitense naturalizzato inglese Terry Gilliam (71 anni il prossimo 22 novembre) avrà buttato anche solo un’occhiata veloce all’incipit del Perceval o Il racconto del Graal di Chrétien de Troyes – uno dei capolavori, se non il capolavoro, della poesia medievale; per molti critici secondo solo alla Divina Commedia dantesca – prima di lanciarsi nell’avventura produttiva del suo La leggenda del Re Pescatore (The Fisher King, 1991): «Sul set […] aspettavano che io chiedessi qualunque cosa. “Io voglio” è l’unica cosa che sono abituati a sentire. E quel che volevo io era solo che fossero partecipi… Volevo che conoscessero la sceneggiatura, volevo che facessimo lo stesso film, volevo che mi proponessero idee… è più facile lavorare così, circondati di idee, con persone coinvolte, che non si limitino a pensare che io so ogni cosa. […] E non capiscono cosa succede, o perché gli si chieda di fare qualcosa. Nel giro di qualche settimana, però, li ho coinvolti ed è stato bello, perché hanno capito che li rispettavo e che le loro idee erano importanti. Allora ci siamo divertiti».

Resta il fatto che un regista “altro” come pochi rispetto al sistema hollywoodiano (e per questo ricambiato dall’industria della cosiddetta “fabbrica dei sogni” con un sospettoso distacco, quasi si trattasse di un novello Erich von Stroheim o di un redivivo Orson Welles), dopo le sfortune lavorative e il fiasco commerciale del pur magnifico Le avventure del barone di Munchausen (The Adventures of Baron Munchausen, 1989), decise per la prima volta nella sua carriera – iniziata poco meno di vent’anni prima in Inghilterra grazie all’incontro con quelli che, insieme a lui, sarebbero diventati i Monty Python – di affidarsi ad un uomo della più potente agenzia di Hollywood, la Creative Artists Agency (C.A.A.), grazie al rapporto col quale gli capitò di mettere le mani sullo script dell’esordiente Richard LaGravenese, steso in più versioni da quest’ultimo dopo la lettura di He: Understanding Masculine Psychology di Robert A. Johnson, nel quale l’autore fornisce una chiave di lettura junghiana del mito di Parsifal e della sua quest sulle tracce del Santo Graal.



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