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SOLO PER VENDETTA/ Una sfida persa per un film sul grande tema della giustizia

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Una scena di Solo per vendetta  Una scena di Solo per vendetta

Soffre, accetta aiuto, si rifiuta di prendere parte all’organizzazione, fugge. Osservato, inseguito, braccato. Prima da uno, poi da due, poi anche dalla polizia. E intanto gira in tondo come una trottola, perso tra i testi della letteratura che insegna ai suoi ragazzi. Mentre Laura, che la batosta l’ha presa sul serio, in maniera molto più pratica e meno idealista di Will si è munita di una pistola. Vera. Perché forse, alla fine, se il crimine è più forte di te, almeno puoi provare a batterti per sconfiggerlo. Parlando la stessa lingua.
E così, mentre i criminali feriscono, in città nascono organizzazioni di giustizia fai da te come fossero funghi. Gli infiltrati sono ovunque, anche nella stessa polizia. Alla fine i cattivi muoiono, ma resta nell’aria una sensazione di tensione violenta. Latente e dolorosa. Siamo tutti vittime e carnefici. In fuga o all’inseguimento. Da cui nemmeno Nicolas Cage si salva, fermo, nel suo exploit cinematografico, a miliardi di anni fa.



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