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ENTER THE VOID/ Un tour de force tecnico che si fa gioco dello spettatore

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Una scena del film Enter the void  Una scena del film Enter the void

La regia punta al magma audiovisivo e ipnotico, ambendo al miglior cinema astratto e onirico, ma si perde nel cattivo gusto delle sue trovate (tra porno d’autore e immagini psichedeliche al computer emerge la soggettiva di un utero durante la penetrazione), nei tempi dilatatissimi di una narrazione che passa dal tempo reale alle micro-scene, mostrando presto la corda di un giochetto visivo che non diventa mai intellettuale e che non può camuffare la convenzionalità del suo assunto. Come esempio, basti vedere il lunghissimo flashback che conferma ogni regola di racconto tradizionale ed è girato tra l’altro con una macchina a mano non troppo dissimile da quella dei Dardenne.

Noè vuole giocare lo spettatore, più che con lui, sprecando il potenziale della città di Tokyo come caleidoscopio (scenografie di Kikuo Ohta e Jean Carrière) e banalizzando il discorso su anima, corpo e memoria. Qualcuno ci cascherà di sicuro, ma si spera che siano in pochi.



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