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BERNARDINI SOSTIENE CHE/ Da Jovanotti a Saviano fino a Gaber e Pasolini

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Roberto Saviano (Foto Imagoeconomica)  Roberto Saviano (Foto Imagoeconomica)

Pessimistico il suo sguardo verso la sua terra, il Meridione, ma per niente spocchioso su chi non la pensa come lui: “Voglio parlare agli altri, a quelli fuori dei nostri discorsi, quelli che si incontrano a far la spesa; in America dai ragazzi indignati ho imparato che conta più il potere delle persone, che le persone al potere”. So benissimo che per molti le parole del vecchio come del nuovo Saviano suonano insopportabili, presuntuose, inconsistenti e persino strumentali; eppure io continuo a pensare che l’averlo incasellato da quasi subito dentro lo schema del “finto perseguitato di sinistra col conto in banca” ne ha decretato santificazione e smisurato consenso giovanile. Mentre continuo a pensare che il giovane uomo, l’intellettuale, lo scrittore Saviano siano ancora tutti da incontrare e da capire.

 

D’altronde è da capirla, la nostra opinione pubblica: è viziata, malata, ritornata infante. Il caso del naufragio della nave Concordia ce l’ha dimostrato, a partire dalla tv. Prima quasi nulla, poi la corsa di Skytg24, il debutto vincente di Tgcom 24 e la fatica di Rainews; poi l’arrembaggio della tv generalista, che entro lunedì ha trasformato la vicenda nella nuova Avetrana. Dall’alba a notte fonda non si è salvato nessuno: la cronaca, gli esperti, le versioni della tragedia una sull’altra, le due figure antitetiche del fellone Schettino vs l’eroe De Falco al telefono, lo schierarsi manicheo dell’italiano medio, i superstiti in tournée su tutti i canali, starlette per prime. E ci ritrovaimo a oggi scarichi di interesse e già saturi, ora che si sta cominciando a capire cosa è successo e che c’è ancora tanto da fare. Ma non c’è verso: parte la canea e nessuno sa più fermarla. Da fuori il mondo ci guarda, ci giudica, ci sputtana. E noi, che prima davamo la colpa a B, adesso la diamo a un ignoto capitano di marina.

Ci vorrebbe Gaber, anzi ci vorrebbero Gaber e Pasolini insieme: sarcasmo, ironia tagliente e insieme senso tragico della storia e della poesia. Ma non ci sono più, e dunque ci resta solo quello che hanno pensato e scritto. Il regista Giorgio Gallione ha provato a cucirli insieme in Eretici e corsari sfruttando le diverse caratteristiche di due (ex) giovani attori come Neri Marcoré e Claudio Gioé. Ne è nato uno spettacolo semplicemente “politico”, come si sarebbe detto un tempo, uno spettacolo che ci legge dentro e fuori, con un Marcoré inedito nella sua veste di cantante e chitarrista e un Gioé attore di imprevista potenza e incisività. Scena nuda, due postazioni di leggii da sfruttare per ognuno dei protagonisti, alle spalle uno strepitoso quartetto d’archi con un flauto al posto del violino. Parole come pietre, che smontano i nostri conformismi e le nostre viltà esattamente come lo facevano appena scritte, e ci pungono ancora solo perché siamo, al massimo, diventati ancora peggiori.

 

I nostri padri, a fine Ottocento, almeno non erano cialtroni come noi. E non erano, come noi, dilettanti allo sbaraglio. Ho riascoltato alla Scala Le contes d’Hoffmann, opera mai in realtà finita del re dei grandi divertissement parigini di fine secolo: Jacques Hoffenbach. Strano effetto mi ha fatto stavolta, molto diverso dalla stagione in cui la scoprii, 1995, diretta da Riccardo Chailly. Allora spiccò la meraviglia assoluta dell’aria di Olympia, nel Primo atto, scolpita con musicalità miracolosa dalla grande Natalie Dessay. Stavolta, di questa modernissima partitura che mette in scena le ossessioni dello scrittore Hoffmann verso i suoi personaggi “neri”, mi ha colpito l’intensa musicalità del secondo e terzo atto, mitica barcarola compresa. La mano registica di Robert Carsen, poi, che parte insoddisfacente ma poi ti porta completamente dalla sua parte, ha funzionato anche qui (ma sembra un po’ il Don Giovanni appena visto).



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