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THE HELP/ Un incastro magico per capire come abbattere la paura

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Una scena del film The Help (Infophoto)  Una scena del film The Help (Infophoto)

Acuto, pungente e ironico nel suo essere gentile e delicato. Questo è The Help, la storia che Tate Taylor traspone sullo schermo a partire dall’omonimo romanzo di Kathrin Stoket. Ambientando nel Missisipi degli anni Sessanta, a Jackson, una vicenda in cui, a ben guardare, il razzismo è solo lo sfondo di un’impresa commovente. Dare voce e luce alle storie di tutte le domestiche “negre” che ogni giorno lasciano le proprie case per occuparsi di quelle di ricchi, viziati e razzisti bianchi benpensanti. Donne, soprattutto. Perché in questo film sono loro le protagoniste. Che siano nere e inferiori o bianche, inamidate in abiti perfetti e superiori per definizione. Anzi, per legge.

Una nota che irrompe acuta nel candore di quelle dimore dorate c’è e si chiama Skeeter (Emma Stone). Bruttina, se paragonata alla perfezione delle sue amiche di sempre. Mediocremente vestita, riccioli ribelli, con il sogno di avere un lavoro vero, più che un marito. Scrivere è la sua passione e ora che si è appena laureata trova occupazione presso il giornale locale nella sezione di una rubrica di economia domestica. Ma il suo sogno è un altro. Forse è andare a New York con qualche cosa di vero e autentico in mano. Con qualche cosa di suo, cui sente di appartenere.

Jackson è la terra da cui proviene. Che l’ha nutrita fra il caldo delle strade sterrate e i contrasti della società. Tra bus solo per bianchi e bianchi che si fanno servire da negre che di professione fanno le “schiave di casa”. Perché è questa l’espressione giusta. Schiave di casa. Che poi, forse, è solo un modo per dire “angeli del focolare”, le cui mani fatate cucinano, puliscono e crescono cuccioli di razza bianca senza che le loro madri siano in grado - o abbiano voglia - di occuparsi di loro. E così quelle sporche mani negre tengono in piedi ammassi di laccati nuclei familiari slavati. Anzi, non le loro mani. Le loro anime. I loro cuori, che odorano di vita vissuta nell’ombra e nella sopravvivenza. Nella non celata mancanza di riconoscimento della loro dignità.

Al punto che una viziata qualsiasi - anzi no, la presidentessa dalla serata di beneficienza per i piccoli bambini africani - propone una norma igienica che intenda definire l’esigenza di gabinetti dedicati alle domestiche nelle case dei bianchi. Non per rispetto. No, quello no. Perché non si sa mai, dovessero portare qualche malattia. Skeeter si scontra con tutto questo. È sensibile, brillante, acuta e coraggiosa. Ambiziosa, sì, ma buona d’animo. Con il ricordo della sua Constantine (Cilely Tyson) - la donna che per una vita prestò servizio a casa sua - che ancora pulsa forte in lei. Già solo per il fatto che l’ha cresciuta e l’ha fatta diventare la donna forte e determinata quale è.

Ma la penna di Skeeter a nulla varrebbe se non avesse incontrato Aibileen (Viola Davis), a servizio di una delle sue amiche inamidate. Aibileen non è una delle tante. Ha la gentilezza e la delicatezza che danno il tono a questo film. La compostezza nell’accettazione del proprio destino e la forza di raccontare, senza che le parole siano arrabbiate e urlate, che cosa sia stata la sua vita a Jackson. Nessuno mai glielo aveva chiesto. Le aveva domandato cosa avesse provato ad affrontare l’umiliazione quotidiana di essere considerata una serva.



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