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BERNARDINI SOSTIENE CHE/ Dal trash del Grande Fratello alle “sorprese” del cinema

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Alessia Marcuzzi, conduttrice del Grande fratello (Infophoto)  Alessia Marcuzzi, conduttrice del Grande fratello (Infophoto)

Ecco un genere di film cui indulgi per pura terapia antistress e che alla fine necessità un discreto tempo di decompressione, tanto immagini e suoni ti percuotono, specie in una sala tecnologicamente aggiornata. Così il giorno dopo opti per qualcosa di più strutturato e narrativo, l’ipercartellonato The Iron Lady, biografia dell’appunto lady di ferro ex premier inglese Margaret Thatcher. Il tweet:

 

-Visto Iron Lady, l'interpretazione forse più matura di Meryl Streep, già in nomination agli Oscar. Film solido, encomiastico ma ben scritto.

 

Confermo tutto, due ore di conoscenza, emozione e contemplazione di una grande attrice all’opera (truccatrice anch’essa da Oscar). Ma quando un follower mi racconta che la regista nonché mia quasi coetanea Phyllida Lloyd, al suo secondo film, è la stessa di Mamma mia! resto basito. Ecco cosa vuol dire, nel mondo anglosassone, costruirsi un solido mestiere prima in tv e poi accedere a un alternarsi di genere assolutamente plausibile.

Ma come ho detto, è stato un weekend insolito, del genere non-ci-facciamo-mancare-niente, ed eccomi così allo svago domenicale puro di Mission: Impossible - Protocollo fantasma, quarto capitolo della saga figlia di una serie tv che qui in Italia quasi nessuno ha visto. I cinefili vi diranno che è così così, prevedibile, ripetitivo, ma non date retta: le due ore e più di cavalcata pseudo spionistica vi ripagano largamente del biglietto. Acqua fresca di buona qualità col super energetico Tom Cruise (ancora stupefacente, visto che a luglio toccherà quota 50) di cui dimenticherete in fretta la contorta trama come è accaduto per i tre capitoli precedenti (niente a che fare col livello trascendentale, virtuosistico de La talpa, ottimo film da Le Carré che a luci di sala riaccese genera un dialogo spontaneo con vicini di posto mai conosciuti prima alla ricerca di una qualche plausibile spiegazione). Dunque il cinema è vivo o morto? Se parlate di cinema d’arte, genere Fellini, Antonioni o l’appena travolto da una maledetta moto Theo Angelopoulos, è vero che un prodotto tv anche di ultima generazione firmato HBO lo supera in innovazione e spesso casting (persino il vecchio Dustin Hoffman si è piegato alla fiction con l’appena nato Luck). Ma l’effetto sala, buio, emozione condivisa (insieme alla puzza di popcorn, ahimè), resta altra cosa da una salotto di casa.

 

E proprio per un salotto - ma democratico, intelligente, autoreferenziale e naturalmente ribellista e “de sinistra” - ha scambiato martedì scorso la sala del Teatro Franco Parenti il fior fiore della intellighenzia milanese, in testa Giorello, De Monticelli, Scurati, Mancuso, ecc. Occasione la prima dell’equivocato (quanto a blasfemia) e sovrastimato (quanto a irrinunciabilità artistica) spettacolo di Romeo Castellucci col faccione di Gesù dominante. Non è nostra intenzione aggiungere una sola parola alle troppe (anche personalmente) già scritte, ma va riferita la traumatizzante esperienza occorsaci quella sera. Dopo un’oretta discretamente traumatizzante, e mentre ci accostavamo pensierosi e doloranti all’uscita, è arrivato, improvviso e indesiderato, il dibattito. Sì, quell’animale da anni ‘70 fra l’inquisitorio e il farneticante che credevamo di aver archiviato per sempre. Va capita la direttrice del teatro André Ruth Shammah, che dopo giorni difficili aveva bisogno di conforto e conferme alla sua scelta; ma una tale massa di ovvietà ribelliste di vecchio conio, naturalmente con l’“intolleranza dei cattolici” grande protagonista, ci ha veramente disturbato. Se qualcuno ha ucciso, quella sera, il controverso lavoro di Castelluci, stava apparentemente tutto dalla sua parte. Aveva davvero ragione chi sosteneva, qualche anno fa, che “no, il dibattito no…”.



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