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MISSION: IMPOSSIBLE - PROTOCOLLO FANTASMA/ Un successo che arriva dai cartoons

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Una scena del film Mission:Impossible - Protocollo fantasma  Una scena del film Mission:Impossible - Protocollo fantasma

Se soffrite di vertigini siete pregati di astenervi. Per precisa volontà di Tom Cruise, anche produttore, il quarto capitolo della saga “Mission: Impossible”, come i precedenti, vede al timone un nuovo regista. Dopo le atmosfere da thriller di Brian De Palma, l’azione scatenata di John Woo e il tocco personale di J.J. Abrams, arriva Brad Bird, artefice di successi Pixar come Gli Incredibili e Ratatouille (e premio Oscar per entrambi). Il risultato è un autentico spettacolo per gli occhi. Fin dai titoli di testa si capisce che l’intento del regista, al suo debutto con attori in carne e ossa, è stupire lo spettatore dal punto di vista visivo, proiettarlo in un vortice di azione senza limiti e inseguimenti mozzafiato, senza dargli un attimo di tregua. Missione compiuta.

È proprio con una scena spettacolare che si entra nel vivo dell’azione, l’esplosione del Cremlino di Mosca. L’Imf (Impossible mission force) viene accusata ingiustamente dell’attacco e il governo degli Stati Uniti attiva il “Protocollo Fantasma”: divenuto un fuggitivo, l’agente Ethan Hunt non potrà contare su alcun tipo di sostegno o risorse, eccezion fatta per gli agenti in missione con lui, Jane Carter (Paula Patton), Benji Dunn (Simon Pegg) e il misterioso William Brandt (Jeremy Renner). Insieme dovranno sventare il folle piano dello scienziato Kurt Hendricks (Michael Nyqvist), intenzionato a far scoppiare una guerra nucleare.

Anche questa volta la missione porterà Hunt e i suoi in giro per il mondo, da Dubai, dove è stata girata la scena madre del film, una vertiginosa scalata del Burji Khalifa (il grattacielo più alto del mondo), fino in India. Tra un inseguimento scatenato in mezzo alle tempeste di sabbia del deserto e un feroce combattimento al femminile su uno strapiombo di 800 metri, c’è spazio anche per l’ironia, fornita dal comico di razza Simon Pegg, ma anche dalla new entry Jeremy Renner, uno dei nuovi volti più apprezzati del cinema americano, grosso valore aggiunto per il cast.

Risulta invece sacrificato il cattivone Nyqvist, protagonista dell’acclamata trilogia svedese “Millennium”: sempre più spesso accade infatti che attori europei capaci di grandi exploit in patria, vengano chiamati a Hollywood giusto per dare un tocco esotico ai film e si ritrovino a fare le macchiette (anche Noomi Rapace, partner di Nyqvist in “Millennium”, non è stata usata ben utilizzata nell’ultimo “Sherlock Holmes”).



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