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SHAME/ Una ricerca della “medicina” che libera dalle condanne

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Una scena del film Shame  Una scena del film Shame

Soli, sempre più soli. Accompagnati dal rumore di un passato ingombrante e che non ci è dato di conoscere. “Noi non siamo cattive persone, è solo che veniamo da un brutto posto. Grazie di avermi fatto restare..”. È’ in queste parole di Sissy che si nasconde l’origine di tutto. Il germe del “male” che li sta distruggendo. Come se fossero nati condannati e non avessero possibilità di riscatto da quanto è “brutto” e perverso. Ma la bellezza c’è. E si chiama Sissy. Nel suo essere così friabile come un castello di sabbia. Nella capacità di far commuovere Brandon quando interpreta in un modo tutto suo New York, New York. È lì, in quella minuscola lacrima che solca le guance di suo fratello, che si nasconde la verità. Sissy, nel suo essere così debole e bisognosa di amore, è l’angelo che salverà Brandon dall’autodistruzione. È la medicina che lo guarirà dalla sua ossessione.

Prima, però, hanno bisogno entrambi di esasperarsi. Di sfiorare l’autodistruzione. Di farsi del male. A se stessi e a vicenda. Di toccare il fondo. Di capire che il vuoto che si portano dentro, in realtà, può essere riempito. E il primo passo per farlo è l’(af)fidarsi all’amore l’uno dell’altro. Anche se nella perversione di un amore fraterno che sprofonda nell’abisso e nello stesso tempo si pone come ancora di salvezza. Quell’ultima ferita sul polso di Sissy è liberatoria. Nonostante stia per strapparla alla vita una volta per tutte.

È proprio questo a riequilibrare le loro rispettive follie. Il suo sangue spazza via il dolore dell’anima lasciandole solo un lieve respiro. Che Brandon raccoglie per un soffio, e a cui, in un istintivo moto di sopravvivenza, si aggrappa per non crollare più. In quegli interminabili istanti macchiati di sangue si annida la paura, per lui, di perdere l’unica persona cui realmente, all’improvviso, sente di appartenere. Tutto il resto, a fatica, smetterà di esistere.

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