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SHAME/ Una ricerca della “medicina” che libera dalle condanne

La seconda opera di Steve McQueen è stata presentata allo scorso Festival del cinema di Venezia destando scandalo. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

Una scena del film Shame Una scena del film Shame

Non lascia niente all’immaginazione, Shame. Il bisogno estremo e assoluto di sesso che imprigiona Brandon in una dipendenza ossessiva viene descritto, raccontato e mostrato senza sottointesi lungo l’intera durata del film. Si resta inchiodati da tanta “violenza”. Anzi, perversione. Mente vuota e perplessa fino alla fine, quando bisogna decidere se salvare la storia oppure no. La prima, istintiva reazione è di repulsione. E fastidio. Per le immagini che urlano e non ti lasciano scampo, ma ti arrivano addosso chiedendo di essere guardate, come fossero loro le protagoniste della storia. E forse capite. Perché non è credibile che quella di Steve McQueen sia una scelta registica e narrativa fine a se stessa. Retorica ed esibizionista. Sicuramente voluta e cercata nel suo esasperare in modo tanto estremo il profondo malessere di Brandon (Michael Fassbender - Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile in occasione della scorsa mostra del cinema di Venezia), che vive una vita apparentemente perfetta. A New York, in equilibrio tra un buon lavoro, un appartamento a Manhattan e una certa dose di fascino che lo rende un uomo desiderabile.

Solo un involucro impeccabile dietro cui si cela un vuoto doloroso che, come un tarlo, gli consuma l’anima. Perché è questo quello che accade. Il suo è un viaggio verso l’inferno. Del corpo e della mente. Una fuga da un luogo nero e buio che lo porta a sprofondare sempre più in basso in una corsa senza ritorno. Lontano dalla vita vera. Dall’amore. Fino a quando arriva Sissy (Carey Mulligan). Un muro di gomma contro cui sbatte e che lo riporta alla realtà, a fare i conti non solo con se stesso e le proprie pulsioni, ma soprattutto con il senso di responsabilità. Perché Sissy è sua sorella. Ed è, nei confronti della vita, leggera come il vento. Fragile nel cuore. Segnata come le cicatrici - ricordo di quelle recenti ferite autoinfertasi - che rovinano le sue braccia.

“Femmina” nelle forme che mostra senza vergogna. O, al più, vela, sottolineando la sua ingenua, ma colpevole, sensualità. Pelle bianca come il latte, capelli a baschetto biondo platino, due labbra carnose che raccontano, in armonia con i suoi occhi malinconici, il sincero bisogno di essere amata. Non sono solo fratelli Brandon e Sissy. Sono anche lo specchio “ribaltato” l’uno dell’altra. Entrambi in bilico sul terreno del vuoto emotivo, inseguono strade diverse per non ascoltare l’eco del proprio dolore. La vuota e meccanica fisicità del sesso fine a se stesso per Brandon. L’attaccamento morboso e ingiustificato a chi le ha dimostrato qualche briciolo di attenzione per Sissy.