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BERNARDINI SOSTIENE CHE/ Tra Santoro e Paragone chi fa vero Servizio Pubblico?

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Michele Santoro (Imagoeconomica)  Michele Santoro (Imagoeconomica)

Naturalmente la distanza in termini di “drammaturgia della conduzione” fra Santoro e Paragone è ancora tanta, ma il giovane Gianluigi sta cominciando a capire come si fa (e la bella e brava Giulia Cazzaniga in esterna gli dà una bella mano). Naturalmente glisso sul controverso “scoop” del Papa in diretta (che però mi ha procurato un’autentico malessere emotivo) di cui altri si sono molto più autorevolmente occupati.
Però vi confesso che giovedì sera Servizio pubblico non era affatto in programma: avevo deciso, fra curiosità e comodità, di ascoltare il teologo Vito Mancuso invitato a parlare di famiglia (ma ha preso subito un’altra direzione) dalla mia comunità parrocchiale. Due tweet forse aiutano a comprendere perché nel giro di un breve arco di tempo mi sia ritrovato sul divano di casa a seguire Santoro:

- Buoni propositi: stasera niente tv, vado a sentire il teologo. Dopo 10' rimpiango #isoladeifamosi e @Serv_Pubblico. Chi dice male della tv?

- Se il teologo cita "autorevoli pensatori" rimpiangi @MediasetTgcom24 e Raitre sull'emergenza neve. Poi le sale parrocchiali fanno tristezza


- Deciso: mollo il teologo, 50' più che sufficenti. Adesso cita Mounier, che a 20 anni mi commosse. Lui invece teorizza. Molto meglio la tv

Insomma per quanto mi riguarda (e non solo per motivi professionali), ci vogliono ragioni più serie per mollare il piccolo schermo, ma naturalmente la dominante è sempre la stessa: la musica, la grande (e a volte persino piccola) musica. Stavolta a dominare la mia settimana è stato il violino, anzi due splendidi violinisti: Anna Tifu e Leonidas Kavakos. Cominciamo dalla giovane artista cagliaritana, 26enne pupilla del grande Accardo.  Ha eseguito, sotto la guida di Aldo Ceccato con la Verdi di Milano, il Concerto in La minore op. 53 di Antonin Dvorak, pagina complicata, rischiosa, ritmicamente impervia, poco frequentata dai grandi dello strumento. La fanciulla, piacente e grintosa, l’ha affrontata con carattere e grande musicalità, proponendo per bis un tempo di una Seconda Sonata novecentesca per violino solo di grande bellezza ma su cui mi sto ancora interrogando: quale l’autore? Comunque Dvorak resta il grandissimo musicista che nella seconda metà dell’Ottocento, sotto l’ala protettrice di Brahms, entusiasmò poco alla volta il pubblico di qua come la di là dell’oceano, strutturando con grande sapienza gli umori della sua bella radice folkloristica boema, come nello stesso concerto ci hanno mostrato l’ouverture Karnaval e la bella Settima sinfonia op. 70.

Invece il quarantenne greco Kavakos, aria da vecchio hippy ripulito, sta percorrendo per la milanese Società del Quartetto l’Integrale delle sonate per violino e pianoforte di L. van Beethoven, che ho sorpreso nell’esecuzione di quattro sonate dall’op.12 e dall’op.30. Lungo, allampanato, dotatissimo nella cavata del braccio destro, Kavakos è un violinista che ti conquista alla prima battuta per perfezione di suono, intonazione e appiombo ritmico. E in compagnia dell’altrettanto dotato Enrico Pace al pianoforte ti porta dentro le meraviglie beethoveniane con una autorevolezza indiscutibile. 



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