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BERNARDINI SOSTIENE CHE/ Tra Santoro e Paragone chi fa vero Servizio Pubblico?

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Michele Santoro (Imagoeconomica)  Michele Santoro (Imagoeconomica)

Pensare che in un salotto dell’Ottocento, magari con un virtuoso in visita, l’intellighenzia viennese si nutrisse di queste pagine potenti e provocanti, che appoggiate alla forza della tradizione mozartiana ridisegnavano equilibri e colori della formula dei due strumenti dialoganti, ci fa riandare a un mondo ancora nobile e bello. Un tweet esemplifica il tutto:

- 1812: ci si ritrova nelle case, si mangia, si parla, si fa musica. 2012: idem, idem, idem, si guarda la tv e si twitta sulla medesima. Moderni

Che grande pianista doveva comunque essere il grande Ludwig, per costruire “accompagnamenti” di tale densità e virtuosismo.
Ecco, si potrebbe usare la stessa parola per l’allestimento di Settimo La fabbrica e il lavoro di Serena Sinigaglia, in scena in questi giorni al Piccolo Teatro Studio di Milano. Visivamente e attorialmente un piccolo gioiello - con una compagnia tutta efficace e una sorta di forno industriale a dominare la scena - lo spettacolo è invece privo di ragioni e dunque di vere provocazioni sul grande tema prescelto: la vita operaia. All’origine dell’operazione c’è una vasta e approfondita inchiesta universitaria sulla “Pirelli di Torino”, il grande complesso di Settimo, da poco ristrutturato, dove dal dopoguerra si creano pneumatici per il mercato internazionale a 2 o 4 ruote. 2000 pagine di interviste ai protagonisti dell’avventura: dai dirigenti agli operai immigrati o extracomunitari, il tutto sotto la benedizione della Fondazione Pirelli e della sezione “racconto industriale” del Piccolo. Ma i tweet di quella sera grondavano delusione:

- Teatro Studio MI: "Settimo La fabbrica e il lavoro" della Sinigaglia, la Pirelli di Torino. Incantevole ma senz'anima

- 2000 pag. di testimonianze ma lotta, orgoglio e lacrime sono pura didascalia

- Ci sará mai un genio capace di raccontare il lavoro senza retorica o nevrosi, come la catena di montaggio di Chaplin?


Insomma una ricchezza che non si fa drammaturgia, non ti commuove, non ti sconvolge, non ti tira dentro. Ti informa, questo sì, e lo fa con grande correttezza e proprietà di linguaggio, ma che questo si faccia poi davvero poesia…

Invece quando la notizia della morte di una poetessa come il premio Nobel Wislawa Szymborska si promoziona in tv, come ha fatto in Saviano da Fazio, ti resta in mente e non sai perché. E’ effetto della promozione certo, quello che ti spinge a prendene in mano l’intera raccolta poetica, La gioia di scrivere, che Adelphi e Feltrinelli - operazione batti il ferro finché è caldo – ti mettono sotto il naso appena entri in libreria. Ma poi sfogli, sfogli e scopri, sfogli e ti prende, e in un attimo sei col volumone azzurro alla cassa. E poi a casa ti inoltri, lo scorri su e giù e trovi perle su perle che ti riguardano, che ti colpiscono. Come quella poesia in cui la poetessa sogna i suoi genitori ancora vivi, seduti davanti a lei, a un tavolo e due sedie.



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