Cinema, Televisione e Media
giovedì 23 febbraio 2012
40 carati è un film che andrebbe visto avendo letto solo il minimo indispensabile della trama e senza aver sbirciato il trailer. La pellicola gioca infatti a disorientare lo spettatore, catapultandolo da subito nel cuore dell’azione e svelandogli la verità solo gradualmente attraverso sbalzi temporali. Nick Cassidy (Sam Worthington) si trova sul cornicione del ventunesimo piano di un albergo nel centro di New York e sembra intenzionato a buttarsi. Di lui scopriamo che è un ex poliziotto, che tempo prima è stato incarcerato, forse ingiustamente, e che dietro il suo apparente tentativo di suicidio c’è in realtà un piano che coinvolge anche suo fratello Joey (Jamie Bell).
Mentre Nick ha attirato ai piedi del grattacielo una folla di curiosi e di sciacalli, diventando in breve il fenomeno mediatico del giorno, qualcos’altro sta accadendo in un edificio limitrofo. Anche Lydia Mercer (Elizabeth Banks), la tormentata detective incaricata di negoziare con Nick, capisce presto di non avere a che fare con il classico aspirante suicida.
Tra colpi di scena più o meno inaspettati e corse disperate contro il tempo, poliziotti corrotti e personaggi in cerca di riscatto, 40 carati scorre liscio, senza lasciare segno ma riuscendo ugualmente a coinvolgere lungo tutta la sua durata. Fermo restando che si tratta di un filmetto per una serata senza impegno, può dirsi comunque riuscito dal momento che il regista Asger Leth riesce a convogliare l’attenzione dello spettatore sui movimenti del protagonista, portandolo a chiedersi in ogni momento cosa farà, soprattutto quando la situazione sembra precipitare. Il film punta molto anche sul senso di vertigine infuso nello spettatore, essendo girato in gran parte sul cornicione del grattacielo, espediente che quest’anno i registi americani hanno usato molto, da Tower Heist a Mission: Impossible-Protocollo fantasma. Niente di originale quindi, ma l’effetto è assicurato.
Se vuole stare al gioco, lo spettatore deve digerire una buona dose di inverosimiglianze, un paio anche eclatanti, e di dinamiche viste e riviste, accettare che i personaggi siano tutti abbastanza stereotipati e privi di spessore, primo fra tutti il cattivone interpretato da un acciaccatissimo Ed Harris, e che le interpretazioni di conseguenza non siano proprio ai massimi storici. Efficace Jamie Bell (l’ex bambino prodigio di Billy Elliot), inutile Edward Burns, mentre Elizabeth Banks è adatta al personaggio che, pur essendo quello più approfondito tra i comprimari, ha però i contorni psicologici troppo abbozzati per rimanere impresso. Il vero pezzo da 90 del cast è Ed Harris, ridotto però a poco più di una macchietta.
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