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LA TALPA/ Un film dove la parola diventa "cibo" per la guerra

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Una scena del film La talpa  Una scena del film La talpa

George Smiley è un agente segreto al servizio di Sua Maestà. Buona condotta, ottimi risultati sul campo, eppure la sua carriera viene troncata da un doppiogiochista al soldo del Kgb. Ma Smiley viene riassunto dal governo britannico per indagare sulla presenza di una talpa all’interno dei servizi segreti. Smiley deve muoversi su una chiacchiera ben definita di ruoli, personaggi, personalità. E scoprire all’interno di questo complesso (eppure semplice) reticolato, chi trama alle spalle della Gran Bretagna.

Tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carrè (che per il libro prese spunto da vicende strettamente legate al suo percorso nei servizi segreti britannici), La talpa apre a un nuovo modo di intendere il cinema di suspense. Un cinema che cede il passo alle azioni e si costruisce addosso alle parole e alla loro mutevolezza, in sintonia perfetta con il clima militarmente raffreddato della Guerra Fredda. Un film che vive di parole, quindi, più che di azioni, e che sfrutta la vacuità della parola sino a trasformarla in unico vero intreccio e pista narrativa, tralasciando dunque le prove tangibili e i segni evidenti.

Il tutto è sostenuto dalla regia di Tomas Alfredson (se non avete ancora recuperato il suo bellissimo Lasciami entrare, fatelo subito) che raffredda ulteriormente la materia e la cala in un universo dalla scenografia malinconica in cui l’indagine si sposta dalle prove alle intuizioni, con una narrazione più attenta al racconto emotivo e psicologico che a quello strettamente narrativo. Quella condotta da Smiley è un’indagine psicologica, e per questo il film affonda le sue radici nei personaggi, trasformandosi in uno dei thriller più raffinati nel delineare con precisione la struttura psicologica dei suoi protagonisti. Ogni personaggio è approfondito, scandagliato, spiato. Smiley (e noi con lui) affonda nelle vite dei suoi colleghi, li analizza e cerca di comprenderli.

Alfredson immerge tutto in un’atmosfera decadente e mesta che facilmente in molti hanno definito freddezza. È una freddezza analitica, una distanza anaffettiva incarnata dalla maschera impassibile di Smiley, che nasconde però nelle pieghe della sua carne, emozioni, sentimenti e paure. Una maschera incarnata da un Gary Oldman in odore da Oscar, che ha però l’umiltà di non rubare la scena ai suoi colleghi, importanti quanto lui nel delineare questa storia volatile come le parole.



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