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BERNARDINI SOSTIENE CHE…/ Giorgio Gaber, una “banca dati” per riscoprire il nostro presente

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Giorgio Gaber (Infophoto)  Giorgio Gaber (Infophoto)

Perché confessiamolo: se invece andiamo a rivedere Roger Daltrey che rifà Tommy, la mitica opera rock dei Who del ‘69 al Carlo Felice di Genova, è una pura e semplice operazione nostalgia. Daltrey “è” - anche senza Pete Towshend e anche con metà della voce che aveva allora - i Who, la sua serata vive di riproposta di vecchi titoli su cui tutti si alzano in coro, compresi i neofiti che li hanno scoperti con Who are you come sigla di CSI in tv. Niente da rimproverargli però, tant’è che twitto:

 

- Mitico Daltrey, anche a voce ridimensionata dagli anni, chiude roteando il cavo microfono travolgendo i genovesi. Festa

 

La giovane band inglese che lo accompagna è perfetta (c’è anche Simon, fratello di Pete), il repertorio è riproposto con gusto. Serata perfetta.

Se cercavo altro, fra innovazione e freschezza, me l’hanno regalato due sere dopo nello stesso teatro genovese Elio e le Storie Tese, che da tempo avevo in animo di ritrovare in concerto. Allegri, paradossali, musicalmente impeccabili, fuori da ogni schema dell’italico rock, regalano serate corrosive e insieme godibilissime, forti di un repertorio poco commestibile e insieme alla portata di ogni palato. Sono da ormai diversi decenni una storia strana nella nostra musica, mai scesa a compromessi sull’unica cosa su cui davvero non transigono: il proprio stile.

Fanno tv abitualmente, hanno fatto Sanremo e tuttavia mai rinunciando alla propria faccia. Intransigenti della musica, mica agit pro. Perché se penso a Un, due, tre stella di Sabina Guzzanti mi torna la rabbia e il magone. Per questo rimando: meglio, molto meglio…



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