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BERNARDINI SOSTIENE CHE…/ La caccia al genio di Charlie Parker per salutare Ivano Fossati

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Ivano Fossati (Infophoto)  Ivano Fossati (Infophoto)

Di quei 14’ minuti bellissimi, il diamante per capire perché per Charlie Parker spendiamo da sempre la parola genio sta tutto nei primi 4,5 minuti. Prima una ballad eseguita insieme da lui e da Hawkins. Il primo, con la sua bellissima voce al tenore fatta di lunghe note rotonde, ti rapisce per la sua bellezza; il secondo, Charlie, da subito ti introduce nel suo mondo vertiginoso: scale rapidissime, suono cristallino, modernità musicale abbacinante. Poi arriva il pezzo seguente, velocissimo: è la quintessenza del suo stile inarrivabile di improvvisatore.

Preciso come un orologio, appiombo ritmico formidabile, quadratura armonica sempre al limite e sempre magicamente rispettata. Non sono un jazzofilo, non mi interessa districarmi in diatribe stilistiche o filologiche: ma quel che adoro dopo in Miles Davis in termini di suono, invenzione tematica e modernità, qui è un altro mondo. Non è l’anticipazione del free che verrà - uguale velocità, timbro selvaggio ma senza alcuna quadratura armonica: oggi lo giudico un po’ troppo furbo… -: Parker è una sfida all’equilibrio delle 16 battute blues, è un horror vacui che lo spinge a riempire di note ogni 64esimo della partitura e insieme la tenuta di un suono bellissimo, pieno, che magari dopo una scala funambolica chiude su una bellissima lunga nota vibrata.

In più il video regala due altre notazioni: le mani ferme, “inchiodate” di Parker sul sassofono (oggi c’è una teatralità del gesto che è pura cortina fumogena) e la sua faccia furba di ragazzo buono e indifeso, che aspetta la fine di Hawkins per “fargliela vedere” ma poi, a cose fatte, si guarda in giro spaurito. Chissà cosa aveva dentro, questo trentenne cui il coroner al decesso attribuì, visto lo stato degli organi interni, fra i 50 e i 60 anni. Chissà quale demone lo agitava. Vederlo così, però, muove qualcosa dentro di profondo (un’amica pianista classica cui l’ho fatto vedere mi ha risposto proponendomi le meravigliose  note delle Suites inglesi  bachiane eseguite da Glenn Gould: altro funambolo della velocità e della perfezione a ogni costo. Lei, come io di Parker, parla di un dono ricevuto cui questi due matti sono restati fedeli finché hanno potuto. Riandando alle stesse Suites appena incise, peraltro al suo meglio, da Ramin Bahrami ho capito cosa voleva dire. Il genio è un po’ come lo Spirito: sceglie misteriosamente e noi non ne capiamo fino in fondo le ragioni: solo contempliamo).

Messa così, con questi precedenti, Ivano Fossati avrebbe tutte le ragioni per dirmi che così non vale… Eppure la conclusione della sua carriera ufficiale cui ho assistito poche sere fa al Piccolo Teatro Strehler di Milano aveva la bellezza di un compito portato a termine, di una parabola conclusa in bellezza. Ha fatto la sua corsa da rocker, produttore di dischi, autore, cantante e musicista pubblico, Fossati; adesso ha voglia di voltar pagina e continuare a scrivere, studiare, far musica senza alcuna impellenza contrattuale. È una scelta da rispettare, anche se era difficile l’altra sera crederci fino in fondo, visti i tweet che mi spingeva a scrivere:

 

- Addio alle scene di Ivano Fossati allo Strehler di Milano. Con lui la sound director Marty J Robertson. Finita davvero http://pic.twitter.com/ugyd5M90



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