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Cinema, Televisione e Media

SAFE HOUSE/ Buoni e cattivi "mischiati" per un po’ di adrenalina

Il film del giovane regista svedese Daniel Espinosa ha scene di azione davvero toste, ma a scapito della tensione necessaria nelle spy stories. La recensione di EMANUELE LISI

Una scena del film Safe houseUna scena del film Safe house

Dopo dieci anni di latitanza, l’ex agente della CIA Tobin Frost (Denzel Washington), fa ritorno a Città del Capo ed è in possesso di informazioni scottanti. Catturato dai suoi ex colleghi, viene portato in una delle cosiddette “safe house”, un luogo sicuro e isolato adatto agli interrogatori più delicati, di cui è custode la recluta Matt Weston (Ryan Reynolds). Il violento attacco da parte di alcuni mercenari costringe però i due alla fuga, e a superare l’inizio burrascoso del loro rapporto per mettersi in salvo e portare alla luce una verità scomoda.

Il giudizio su Safe house può variare moltissimo a seconda del punto di vista da cui lo si esamina e da cosa ci si aspetta. Gli amanti dei film d’azione duri e un po’ “sporchi” andranno in visibilio: il montaggio è adrenalinico, le scene d’azione davvero toste e la violenza non è assolutamente lesinata, anzi in alcuni casi quasi esasperata. L’ambientazione sudafricana e la fotografia satura completano il tutto. Il giovane regista svedese Daniel Espinosa, acclamato in patria per il thriller Snabba Cash, gioca abilmente con tutti questi elementi, e nonostante la poca esperienza dirige con mestiere, mostrandosi piuttosto a suo agio con questo genere cinematografico. E poi c’è Denzel che quando si parla di azione è una garanzia.

Il discorso cambia se si giudica il film come spy story: chi si aspetta tensione e complessità degne di The Departed o La talpa rimarrà infatti terribilmente deluso. Safe house è il classico gioco che mette in contrapposizione buoni e cattivi, ma in cui il confine tra gli uni e gli altri si fa, nel corso della visione, sempre più labile e sfumato. Il problema è che ciò avviene in maniera alquanto svogliata e prevedibile, tanto che prima che il film arrivi a metà è già intuibile quali sono i veri ruoli.

In parte c’entra il fatto che lo schema utilizzato è stato negli anni abbastanza abusato dal cinema americano, ma si nota anche un lavoro di sceneggiatura probabilmente poco interessato alla costruzione dell’intreccio e a dare ai personaggi lo spessore e l’ambiguità necessari, quasi che la trama fosse prettamente funzionale alle scazzottate e alle scene d’azione, alcune bisogna dire girate magistralmente. Interessante l’accoppiata Washington-Reynolds, variante del rapporto mentore-allievo giocata sul classico schema degli opposti che prima si respingono e poi gradualmente si attraggono.