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IL PRIMO UOMO/ Un film che punta dritto al cuore di Camus (e di tutti noi)

Una scena del film Il primo uomo Una scena del film Il primo uomo

Se il film dunque ha il suo valore, è però imperdibile l’occasione di andare alla lettura de “Il primo uomo”. Per capire l’antiteista Camus, cosa accade a Orano, Algeri e nella sua partenza per Parigi e l’Europa, anche come “è un destino pesante quello di nascere su una terra pagana in tempi cristiani. È il caso mio. Mi sento più prossimo ai valori del mondo antico che a quelli cristiani”, per scoprire il tentativo di una vita cercata senza ricompensa, alla ricerca dell’innocenza, una “santità senza Dio”, come la definiva Charles Moeller in quei bellissimi volumi Letteratura e cristianesimo che don Luigi Giussani ci ha fatto scoprire. Una sintesi ce la dà benissimo il filosofo Massimo Borghesi in un articolo di 30 Giorni: “Rimane celata l’esigenza di una grazia che risplende, a tratti, nei rapporti umani, in una ‘compagnia senza parole’, nei gesti nobili che ‘conservano interamente ai miei occhi il valore di miracolo: un effetto esclusivo della grazia’”.

Scrive negli appunti finali de “Il primo uomo”: “Così come siamo, coraggiosi e orgogliosi e forti …se avessimo una fede, un Dio, niente potrebbe fermarci. Ma non avevamo nulla, abbiamo dovuto imparare tutto e vivere soltanto per l’onore, che ha i suoi cedimenti…”. Alla madre, immagine terrena del divino, va il costante pensiero del figliol prodigo: “La madre è Cristo” e l’aspirazione, anche se di questo il film non dà segno, di quello che disse al Cardinale Duval, Vescovo di Algeri “Su questa terra non c’è niente di più bello del cristianesimo”.

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