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LA FURIA DEI TITANI/ Un film sulla "debolezza" capace di vincere la battaglia per la vita

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Una scena del film La furia dei Titani  Una scena del film La furia dei Titani

Ciò che rende Perseo un eroe vincente è il modo del tutto suo di vivere con genuina noncuranza la consapevolezza della sua natura umana. In virtù della quale sa di essere inferiore nella battaglia con gli dèi. È lo stesso Zeus, però, a ricordargli che è proprio nella sua mezza natura umana che risiede la sua forza. Come a dire - ci pare - che è nella presa di coscienza della propria debolezza che risiede il segreto del successo. Lo slancio per riuscire. Il che non significa essere il migliore. Semplicemente raggiungere il proprio obiettivo. Qui salvare il padre e l’umanità.

Ecco perché Perseo riesce contro Ares e Crono. Perché è mosso non dal potere, né dalla sete di esso. Nella sua umiltà - decisamente populista come già aveva dimostrato in Scontro tra Titani rinunciando all’Olimpo per vivere in un villaggio di pescatori - e nell’amore verso Zeus e verso suo figlio Elios trova il modo di usare quello stesso potere nel migliore dei modi. Contro divinità malvagie che possono tutto. Incuranti - è questa la loro mancanza - del fatto che la sempre minore devozione umana li sta rendendo deboli. Ares crede di essere sempre e ancora immensamente potente e si perde, così, nella consapevolezza della sua vulnerabilità.

La furia dei Titani non è solo una storia che racconta di forza e potere. Parla anche di padri e figli. E fratelli. Di sangue e bastardi. Dando una chiave semplice e immediata nella lettura dei rapporti familiari. Poco importa se di mezzo ci sono dèi e semidèi. L’amore vale più di ogni altra cosa. Più, sicuramente, di una goccia di sangue che non sia pura. E l’eredità paterna ricadrà sui figli. Su Perseo così come sul piccolo Elios. Che è già pronto, per sua volontà, a perpetrare la gloria del nome di suo padre.

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