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BERNARDINI SOSTIENE CHE…/ Quello che (non) ho: Fazio e Saviano tra fucilatori ed esaltatori

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Roberto Saviano (Infophoto)  Roberto Saviano (Infophoto)

…dobbiamo piantarla con gli schemi precostituiti. Stasera tornano Fazio e Saviano in prima serata su La7 con “Quello che (non) ho” e tutti si sono già preparati una parte. Da una parte i fucilatori a prescindere, dall’altra gli esaltatori a prescindere, in mezzo il demi monde ipocrita di chi non prende partito per non compromettersi troppo. Io sono qui a curiosare a Torino dietro le quinte del programma - le tre prime serate, lunedì/martedì/mercoledì, saranno emesse in diretta dalle Officine Grandi Riparazioni, una cattedrale dell’archeologia industriale dove la Fiat riparava le locomotive, oggi spazio per mostre -, come mi accade sempre quando sento odore di televisione un po’ diversa. E poi la gente che ci lavora, dagli stessi Fazio e Saviano agli autori come Serra, Galeotti e Piccolo, al regista Duccio Forzano, al direttore di rete Paolo Ruffini e quello del marketing Lillo Tombolini, sono gente che stimo e apprezzo, proprio per azzardi come questi che li fa rimettere in gioco.

Stasera si vedrà innanzitutto della “bella” televisione. E l’aggettivo si riferisce innanzitutto all’impatto visivo sul piccolo schermo di questo immenso luogo fatto di ferro e mattoni, definito televisivamente da Francesca Montinaro e illuminato fantasticamente da Daniele Savi. Una televisione che costa (bordate dei fucilatori), una televisione di parola (bordate dei fucilatori), una televisione autenticamente di servizio pubblico, che attrae tutta l’intellighenzia italiana come una sorta di oasi di libertà (cannonate dei fucilatori: caro Giuliano Ferrara, i difetti di Saviano, che ci sono, sono frutto proprio dei vostri insensati e reiterati calci nei denti, che l’hanno gettato nelle braccia di un orizzonte ideologico/commerciale cui continua a non appartenere, ma che è l’unico che gli si è mostrato amico. Come si fa a non capire che la dinamica dell’appartenenza nasce innanzitutto da una cordialità di accoglienza e non da simpatie ideologiche?). Una televisione che dovevamo fare noi della Rai, che ha regalato alla concorrenza privata il più grande successo della scorsa stagione all’azienda (4 serate milionarie superate solo dalla Formula 1) che per pura antipatia ideologica è finito nel cestino. Qualcuno prima o poi ne dovrà rendere conto, in una stagione così difficile per il servizio pubblico.

Una serata di parola, dicevo, dove non tutte le parole sono le tue, ma tutte hanno una faccia e si prendono una responsabilità. Ricordo l’anno scorso di aver litigato coi miei vecchi amici e colleghi di Avvenire per alcune di esse: certamente non condivisibili ma non per questo censurabili. E vedrete che anche stavolta qualcuno non si sentirà rappresentato.



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