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QUELLO CHE (NON) HO/ Quel “virus” che rovina la tv di Fazio e Saviano

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Roberto Saviano nella seconda puntata di Quello che (non) ho  Roberto Saviano nella seconda puntata di Quello che (non) ho

La seconda lezione della premiata ditta Fazio & Saviano è stata meno cupa della prima. L'autore di "Gomorra", nuovo guru della sinistra catodica, si è rituffato nell'alveo prediletto del sistema criminale. I codici delle cosche, le parole criptate, il linguaggio mimetico che persiste con la sua efficacia perversa nell'era dei social network. E il sacrificio delle donne dei boss, che pur di ribellarsi alle organizzazioni, scelgono di morire bevendo l'acido, veleno domestico. Altri suicidi, diversi da quelli degli imprenditori della sera prima: Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca e Lea Garofalo. Se leggerete le intercettazioni e i verbali degli inquirenti, ha detto Saviano, scoprirete che contengono un gran desiderio di ricominciare, di prendere i figli e andarsene altrove per ricostruirsi un futuro lontano dal crimine. C'è un grande desiderio di felicità, ma queste donne dicono che si può cercare la felicità a condizione che coincida con la verità, "questo mi hanno insegnato", conclude lo scrittore.
Insomma, ci provano Fazio e Saviano a essere meno maestrini, meno saccenti, e a trasmettere ciò che a loro volta hanno imparato da qualcun altro. Provano a non passare troppo per sacerdoti, missionari della verità. Anche il primo monologo sulla comunicazione mascherata dei boss si era concluso con un'esortazione sostenuta dalla convinzione personale ("Difendendo le parole sono profondamente convinto che difenderemo il nostro territorio"). Ma nella complessa liturgia del programma alla fine è l'ambizione di partenza a prevalere, la presunzione di "riparare le parole"; non a caso si è scelta la location, peraltro splendida, delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, dove si riparavano i treni.
Per quanto ci si sforzi di non metterla giù dura, se si vuole ridare significato al linguaggio, se si vogliono rispolverare le parole usurate, restituendole alle loro origini autentiche, magari riattualizzando un passato genuino in contrapposizione con un presente corrotto, è assai difficile non scivolare nelle trappole della saccenteria. Che sono tante. Non a caso, forse, quelli che riescono a evitarle meglio sono i comici, abituati per mestiere a non prendersi troppo sul serio. Rocco Papaleo, per esempio, che parla della "pietra", utile alla distruzione o alla costruzione e lui, alla sua non più giovane età, spera ancora di trovare scritto come usarla per costruire. O Paolo Rossi, la sera prima, che quando parla di "finanza" premette sempre "per quello che ho capito io". Persino Francesco Guccini, dall'alto dei suoi 72 anni riesce a risultare semplice spiegando la genesi della parola "cantautore". 



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