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BERNARDINI SOSTIENE CHE…/ La crisi in Margin Call e la musica hollywoodiana di Dave Grusin

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Una scena del film Margin call  Una scena del film Margin call

Sono di quei ripassi che servono, anche se Santaniello al violino, Grigolato al violoncello e Pedroni quella sera non erano, come si dice, in vena di perfezionismi. Le capisco, le mie povere orecchie, abituate al sublime di Oistrach/Rostropovich/Richter e Gringolts/Brunello/Lonquich. Ma la dittatura del disco va sostituita dalla musica presente, quella che c’è, viva, reale, al massimo delle sue possibilità oggi. Dunque onore alla Verdi e alla sua direttrice Zhang Xian, che peraltro mi è parsa più significativa alle prese col bellissimo Das lied von der Erde mahleriano, che ha fatto risplendere l’orchestra al massimo dei suoi colori e delle sue possibilità.

Partitura stracolma di struggimento e di malinconia, uno di quegli snodi epocali che ci hanno introdotti lungo le strade del Novecento musicale (e che mi è parso tanto vicino, alla faccia dei soloni della musicologia, alla sensibilità sinfonico-poetica di Richard Strauss. Ma si sa M è moderno, S passatista). Insomma, io continuo a godermi la bella abitudine della stagione della Verdi, poche settimane fa preceduta dalla Nona Sinfonia di Anton Bruckner unita al drammatico War Requiem di Benjamin Britten. Scoperte e ripassi, consuetudine a grandi o poco eseguite partiture: la fedeltà a un’orchestra italiana ha questo di bello. E seguirla, al di là dei cangianti esiti delle serate, ha una sua etica della fedeltà (sull’etica del mestiere di professore d’orchestra in Italia oggi vale quanto scritto a proposito della Chicago Symphony qualche settimana fa), tanto per tornare a quanto detto all’inizio.

Ed etica è ancora la parola che ci è tornata alla mente l’altra sera usciti dalla visione di Margin call, film forte, complesso, sulla crisi della finanza Usa con un cast di primissimo livello: Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Demi Moore, Stanley Tucci, fra gli altri. Dicevo via twitter:

 

- In Margin call, rispetto a Wall Street di Stone, c’è il senso di una inevitabilità della crisi senza alcuna etica opponibile

 

Ve la ricordate la tirata del film di quel geniale mattoide di Oliver Stone nel 1987, in cui contrapponeva la spietata logica della finanza (Michael Douglas) a quella del lavoro (Charlie e Martin Sheen), che alla fine peraltro si riappropriava delle sue ragioni come fondamento dell’autentica via americana al capitalismo? Ecco, nel film di J.C. Chandor non ce n’è più traccia. Il racconto di 24 ore di crisi di una grande company finanziaria che ricorda certe clamorose debacle del 2008, ci delinea un mondo e un gruppo di lavoro in cui prevale su tutto l’interesse personale alla sopravvivenza, costi quel che costi.
Non c’è più lavoro che non sia virtualmente fatto di file, non c’è più rispetto verso il sistema o i patti concordati con i clienti, non c’è alcun rapporto coi colleghi che non sia di puro calcolo. E l’unico affetto riconosciuto è quello per un povero cane ammalato di tumore.

Film oscuro, popolato di poveri cristi che bruciano ricchezze e prospettive nello spazio di poche ore, che non fa ben sperare per il futuro, in tempi come i nostri. Ma se ne avete il fegato forse è il film giusto proprio per i tempi nostri.



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