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MATERNITY BLUES/ Quattro vite spezzate in cerca di una “pena” da scontare

Una scena del film Maternity Blues Una scena del film Maternity Blues

Lucidità, senso di colpa da cui devono guarire, solitudine e tristezza verso la vita. I tratti comuni di queste madri addolorate. Ecco perché Maternity Blues. Perché il blues è più uno stato d’animo - la sofferenza - che una musica. E il regista (Fabrizio Cattani) e la sceneggiatrice (Grazia Verasani - autrice di From Medea, la pièce teatrale da cui è tratto il film) sono stati molto bravi a tradurre in immagini spietate e fotografiche il dolore che definisce questa condizione.

Anche per questo motivo è ancora più dura raffrontarsi con Clara, Rina, Eloisa e Vincenza. Si può più o meno condividere l’attitudine alla maternità. Ma resta il fatto che la sceneggiatura e la regia non lasciano spazio al giudizio. Si “limitano” a raccontare le vite spezzate di quattro donne che nel bene o nel male hanno fatto una scelta. Commettendo un omicidio.

Con una fotografia - quella registica - che è fredda e vera come ciò che sta descrivendo. Non crediamo che regista e sceneggiatrice vogliano proporre strumenti per giudicare. Solo esprimere uno stato di fatto. Quello della maternità come sacrificio, privazione, assenza, spesso, dei propri compagni. Si può uscire da questa condizione? Forse. O forse no. Perché la sera, quando si spegne la luce, si è da soli di fronte alla propria coscienza. E la solitudine, in fondo, è come il blues. Uno stato d’animo. 

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