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MARGIN CALL/ Un film sulla finanza alla scoperta dei "buoni" e dei "cattivi"

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Una scena del film Margin Call  Una scena del film Margin Call

Ci si ritrova, così, completamente travolti dall'imminenza del disastro e a condividere la tensione di un equilibrio instabile. Che tenta di non cedere, pur camminando su di un filo non troppo resistente a centinaia di metri d'altezza. L'adrenalina del momento è alta e non si prova quasi mai la nausea delle vertigini. Dipende da quale personaggio si decide di spalleggiare. Ci sono gli “squali” John Tuld (Jeremy Irons) e il “bambino prodigio” Jared Cohen (Simon Baker), per cui il denaro è un lavoro. È solo carta che serve a far in modo che non ci si scanni, per citare Tuld. Numeri su cui speculare e con cui guadagnare, nascondendosi nemmeno troppo bene dietro il servizio che il loro lavoro offre alla gente, ovvero “vendere” alle persone qualsiasi ciò di cui hanno bisogno, che sognano, ma che non potrebbero mai permettersi se non ci fossero loro.

Quando tutto salta, però, quando i modelli astratti su cui la finanza si è basata diventano cenere, l'unica preoccupazione è salvare se stessi. “Oggi cambiamo la storia dei mercati. Ma da tutto questo crollo faremo un sacco di soldi”. Parole dure pronunciate da Tuld davanti a un pranzo “milionario” mentre la maggior parte dei suoi dipendenti lascia il palazzo scatole di cartone in mano.

Poi ci sono i “buoni”. Quelli che hanno sacrificato la propria vita al servizio del lavoro e ora sono soli. Come Sam Rogers (Kevin Spacey), in bilico tra il bene della società ed il bene comune. O Eric Dale e Peter Sullivan, due lavoratori, prima di ogni altra cosa, che hanno nel sangue il senso dei numeri. Non come Tuld e Cohen, per cui il denaro è quasi un'entità astratta. Dale e Sullivan piegano testa e matematica al servizio della gente comune. Sanno coscienziosamente che ogni numero ha un valore che, insieme ad altri, è in grado di realizzare una ragnatela strutturale che ci sorregge. Per questo hanno anima e cuore per preoccuparsi delle conseguenze disastrose che le loro azioni finanziarie possono avere sugli altri.

Per loro, i “buoni”, il denaro è un mezzo per pagarsi il mutuo, per intenderci. Nel mezzo di questo mare c'è chi, infine, come Will Emerson (Paul Bettany) e Seth Bregman (Penn Badgley), ha crisi di coscienza. Assiste da spettatore  inerme a quanto sta per accadere, se ne preoccupa, ma non riesce a farsene coinvolgere. È la legge della sopravvivenza. In virtù della quale è molto più saggio, comodo e meno doloroso adeguarsi. Ascoltando la parte cinica di se stessi. 



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