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MARGIN CALL/ Un film sulla finanza alla scoperta dei "buoni" e dei "cattivi"

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Una scena del film Margin Call  Una scena del film Margin Call

MARGIN CALL, LA RECENSIONE Nessuno pensa mai che il peggio possa realizzarsi da un momento all'altro. Forse ancor di più nel cuore della finanza americana e mondiale, New York City, dove un brulicare di persone si muove alla velocità della luce su marciapiedi affollati di lavoratori e turisti, tra la luce del sole e i neon della notte. Perché per tutti, in un modo o nell'altro, il tempo è denaro. C'è chi, però, con il denaro ci sopravvive e chi, invece, con il denaro ci lavora. Come Eric Dale (Stanley Tucci) che, pur godendo di una posizione privilegiata all'interno di una banca di credito finanziario, viene licenziato senza preavviso una mattina qualunque. Nonostante abbia per le mani un lavoro della massima importanza e di cui nessuno è ancora a conoscenza, soprattutto perché le leggi dei tagliatori di teste sono spietate e non concedono tempo.

Nemmeno il suo capo lo ascolta con la debita attenzione. Tranne Peter Sullivan (Zachary Quinto), giovane analista cui Dale consegna una chiavetta. La Chiavetta. Quella che nasconde le ragioni del disastro finanziario già in atto e che a breve si abbatterà sulla società e a effetto domino su Wall Street, travolgendo chiunque, dai più importanti affaristi agli ignari risparmiatori. Cambiando le regole del mercato finanziario. Accade così che, mentre gli altri sopravvissuti alla giornata di licenziamenti festeggiano nei club della Grande Mela, Sullivan si mette al lavoro. Aggiunge all'analisi di Dale i numeri mancanti e e la situazione diventa cristallina. Al punto da rendere indispensabile una riunione notturna tra i vertici della società per trovare una soluzione al crollo.

Non per evitarlo, ma per uscirne nella maniera migliore. Che salvi gli “squali”, prima di tutto. Anche se questo implica sacrificare i “poveracci”. Dipendenti o gente comune che siano. La finanza non è solo spietata e cinica, come già ci aveva raccontato Wall Street - Il denaro non dorme mai (Oliver Stone, 2010). È soprattutto precaria. E il grande merito di J. C. Chandor, all'esordio con il suo primo lungometraggio, è di descrivere l'universo economico in cui tutti, in maniera più o meno consapevole viviamo, con lucidità matematica. Facendo sì che, nonostante i termini da alta finanza e numeri per i più, forse, inafferrabili, lo spettatore riesca a immergersi completamente nella dura, cinica ma instabile tela finanziaria. Restando emotivamente ingarbugliato in una struttura drammaturgica davvero ben costruita e che, merito anche del cast di tutto riguardo che attraversa il film, non lascia spazio a distrazioni.



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