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IL CASO/ Fabio Volo, un fenomeno figlio di un “cortocircuito”

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In questo contesto, scrivere in forma banale testi del tipo “bigliettino dei Baci Perugina” è di certo un vantaggio, nel senso di un prodotto ben fatto per un dato mercato. Ed ai sostenitori di Volo, i quali obiettano che sui Baci Perugina si trovano anche citazioni da opere di Hermann Hesse o Marcel Proust, ricordiamo per inciso che questi erano autori di testi letterari, pensati secondo forme e tematiche finalizzate ad un messaggio artistico, non certo destinato alle carte dei cioccolatini.  

D’altronde, inoltrandoci nel fenomeno del “fabiovolismo”, incipiente nella nostra proposta letteraria contemporanea, notiamo un altro curioso aspetto: la valenza del termine stesso “fenomeno”. Esso si presta a facili equivoci: dovrebbe significare soltanto che Fabio Volo è una manifestazione (fenomeno) di un processo socio-culturale complesso, è oggi la punta di quell’iceberg di letteratura-merce che abbiamo brevemente delineato, e non che egli sia una sorta di super eroe o simili, in possesso di poteri fenomenali. Si tratta dello stesso ordine di equivoci che è sorto sulle parole “fantastico” ed “eccezionale”. Esse delineano, come sappiamo, concetti semplici (vedesi vocabolario), diversi – quasi anche semanticamente – rispetto al senso sovrappostosi ad essi, prodotto dall’abuso enfatico che la tv (guarda caso) ne ha fatto dall’era dei network privati in poi. Esempio: un qualunque persona che vinca, con una canzone in genere appena decente, il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, lo si sente definire dalla tv come fantastico, eccezionale, fenomenale. Ora, è un fatto eccezionale (cioè che costituisce un’eccezione rispetto alla regola) che una persona un po’ urlante – ovvero una ragazzina tatuata fino alle orecchie – vinca Sanremo con una canzone banale? Può essere, questo/a cantante, definito/a fenomenale nel senso comune del termine (in questo, l’esempio non è dei migliori)? Ed ancora, è questo un fatto fantastico, cioè proprio della fantasia? Quest’ultima cosa molti di noi la auspicherebbero: svegliarsi la domenica post-kermesse e realizzare, con sollievo, che si è trattato solo di un brutto sogno. Purtroppo era la pura, rigorosa realtà televisiva. 

Facili ironie a parte, le parole sono importanti, come urlava Nanni Moretti nelle orecchie della giornalista qualunquista in Palombella Rossa (1989). Decenni di elettroshock mediatico di questo tipo ha prodotto un pubblico che mediamente scambia i libri di Volo o di Moccia per letteratura, ed i film da essi tratti, come i tanti altri di taglio simile, per cinema, in fondo senza particolari colpe per gli autori. Sia agli uni che agli altri, per essere compiutamente letteratura e cinema, mancano infatti alcuni fondamentali caratteri formali. L’arte, generalmente intesa ed in ogni campo, sta più nella forma che nel contenuto, e peculiarmente nella sottile dialettica che si instaura tra le due, mediante la quale i valori tematici dell’opera (anche i più ovviamente legati all’epoca storica) vengono formalizzati e quelli formali (lingua e/o linguaggio) vengono semantizzati, cioè riempiti di significati. Dall’interazione fra queste serie di valori nasce il senso globale del messaggio artistico, il valore compiuto di un’opera letteraria o cinematografica. 
 



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