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IL CASO/ Fabio Volo, un fenomeno figlio di un “cortocircuito”

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Dire o scrivere le parole “Fabio Volo” e “libro” oppure – addirittura – “romanzo” nella stessa frase suona per molti critici come una bestemmia, un delitto di lesa letteratura. Perché mai, vista la notevole presa dei suoi libri, e dei film tratti da essi? Sono tutti questi solo degli osservatori con la puzza sotto il naso, anche invidiosi di tanto, forse immeritato successo? D’altro canto c’è anche chi definisce il suo ultimo libro un capolavoro, non si capisce con quanta dose di buona fede: la geopolitica editoriale gioca sempre un forte ruolo in questi giudizi. C’è poi chi addirittura lo chiama “piccolo genio” (Luca Telese, Il Fatto Quotidiano del 24/12/2011), in forza di argomentazioni più che sensate. Sarà, però ai più Fabio Volo appare geniale solo nel cavalcare furbescamente l’onda del modo attualmente in voga di scrivere e vendere libri di narrativa, di cui discorreremo. Infine, sopra a tutto ed incurante di tutto, c’è il suo pubblico, i suoi lettori – forse più le lettrici – che pare siano milioni: tutti cerebrolesi impazziti? Giudizio snob, notevolmente errato, poiché il pubblico è per definizione sovrano, cioè legge (o guarda, per il cinema) quello che gli pare e piace, non è per nulla obbligato ad avere dimestichezza con discipline come la retorica, la stilistica, la semiologia, il linguaggio del cinema o la sua storia.  

Ma la questione, il fenomeno in parte nuovo è un altro, e si è manifestato indipendentemente dalle specifiche conoscenze o attitudini del pubblico. Come mai oggi, più che in passato, libri come quelli di Volo, puerili nella forma, ricolmi di luoghi comuni e con soggetti poco originali, sbancano le classifiche di vendita ?

Il Volo scrittore si inserisce in una tendenza in atto negli ultimi anni, non solo in Italia: la tendenza alla mercificazione dell’opera letteraria, e di quella d’arte in generale. Il fenomeno è ampio, non si limita ai best seller di Volo, interessa molti altri personaggi-autori improvvisati, che pubblicano di tutto solo perché celebri tramite la tv. Esso è, storicamente, appena preceduto da quello della diffusione delle (inguardabili) fiction comparse su tutte le tv nell’ultimo decennio, almeno. Ormai tutto (libri, film per le sale e film tv) è primariamente un prodotto dell’industria editoriale e mediatica, che come tale non vuole prototipi, ma modelli standard, costruiti secondo caratteristiche che trovino ampio riscontro di pubblico, quindi di mercato. Il cinema come la letteratura di massa diventa così un mero prodotto industriale, che fin dall’origine si rivolge ad un target predefinito di spettatori-lettori-consumatori. Per onestà, va detto che questa tipologia di opere è sempre stata presente nel panorama dell’offerta, editoriale come mediatica; il guaio oggi, nell’era del mercato globale e della finanza tiranna, è che sono rimaste quasi solo queste.



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