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IL CASO/ Fabio Volo, un fenomeno figlio di un “cortocircuito”

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Nell’era della massificazione dei gusti, perseguita scientificamente dalla tv commerciale (ma anche statale) per suoi precisi scopi di marketing – un’orgia di programmi concepiti solo come contenitori per la pubblicità – è progressivamente divenuto superfluo, in buona parte, il lavoro di costruzione di un testo letterario, concepito come delineato sopra. Un libro si vende bene anche senza tale lavoro, purché ne contenga “di ogni” (vero, Melissa P. ?), basta poi dare al tutto anche solo una vaga – ovviamente stereotipata – valenza generazionale.

L’inizio di detto processo di massificazione si può intravedere, più o meno, nei primi anni ottanta. In pochi allora se ne accorsero, tra questi piace ricordare l’immenso Federico Fellini. Quello che il regista, all’epoca di Ginger e Fred (1986), profeticamente sosteneva a proposito del cinema, si può applicare oggi anche alla letteratura: egli lamentava infatti che “le continue interruzioni dei film trasmessi dalle tv private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un autore e verso un’opera, ma anche verso lo spettatore. (…). Lo stravolgimento di qualsiasi sintassi articolata ha come unico risultato quello di creare una sterminata platea di analfabeti.”. Parlava, Fellini, di linguaggio del cinema, disarticolato dalle interruzioni arbitrarie e reso così illeggibile allo spettatore. In questo modo si è formato – proprio in senso didattico – un pubblico che, mediamente e salve le dovute eccezioni, si beve di tutto. Quindi, per vendere bene oggi racconti e romanzi, come per vendere cinema e fiction televisiva, la forma artistica non serve, semplicemente non fa parte degli ingredienti richiesti dal mercato. Il marketing, per queste vie, ha già ucciso quasi del tutto il cinema italiano, sta finendo per fare la stessa cosa con la letteratura: Fabio Volo ne è solo un – parzialmente – involontario epigono.



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