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IL DITTATORE/ Tra le risate Sacha Baron Cohen mette "in trappola" il politically correct

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Una scena del film Il dittatore  Una scena del film Il dittatore

Studiando il cinema, soprattutto quello classico, si capisce che oltre ai carri armati gli Usa portarono i valori di civiltà e democrazia anche con il cinema, con la penetrazione delle immagini hollywoodiane dentro gli immaginari mondiali. Film di propaganda spesso, ma non solo. E proprio da qui parte Sacha Baron Cohen, assieme al sodale regista Larry Charles, per ribaltare stereotipi e valori assodati ne Il dittatore, nuovo progetto “eversivo” del protagonista di Borat e Bruno.

Il protagonista è il generale Aladeen, dittatore dello stato di Waadiya, oppressore felice e fiero della sua politica che va in America per un discorso alle Nazioni Unite; ma il suo vice complotta contro di lui per far sorgere una democrazia, lo sostituisce con un sosia scemo e prepara un silenzioso colpo di stato. Ma Aladeen, senza barba e lasciato in balia di se stesso, ha più risorse di quante non si creda. Il vero generale dovrà far di tutto per smascherare la cospirazione.

Baron Cohen scrive con Alec Berg, David Mandel e Jeff Schaffer una specie di thriller politico in chiave completamente comica e demenziale che segue un metodo simile a quello dei suoi film precedenti dentro una più “comoda” cornice narrativa. Il presupposto, si direbbe quasi lo scopo, del lavoro di Baron Cohen è quello di mettere gli spettatori di fronte alle contraddizioni della correttezza politica e delle ipocrisie della società portando all’estremo, a un livello di purezza ideologica, tutto ciò che bisogna odiare e disprezzare: l’anti-semitismo spinto (lui ebreo ortodosso) e la parodia araba, il maschilismo atroce e la messa in ridicolo della democrazia (esemplare il discorso al palazzo dell’Onu, in cui la dittatura diventa la repubblica americana), il veganesimo e il no-globalismo. Se nei film precedenti usava il grimaldello del finto documentario, ne Il dittatore fa un ulteriore lavoro parodistico che ricorda quello di Z.A.Z. (Zucker-Abrahams-Zucker), usando i luoghi comuni del film di propaganda ribaltando il buono nel feroce dittatore, il migliore dei mondi in un’oppressione funebre.

Il livello di lucidità, consapevolezza stilistica e complessità filmica è un po’ inferiore a quello di Borat, ma l’umorismo è comunque devastante e inarrestabile, tra immagini oltraggiose e giochi linguistici da perdere il fiato (e che il pubblico sicuramente si perderà nella piatta versione doppiata, che eliminerà anche una battuta sul premier italiano e le escort), gag di precisione notevole come quella con Aladeen appeso a un filo e attimi di improvvisazione deliziosi, su tutti quello dei nomi all’interno del ristorante.



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