Cinema, Televisione e Media
lunedì 23 luglio 2012
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“Il potere non deriva dalla volontà, ma dalla verità” afferma solenne Abramo Lincoln. La sua affermazione non deriva però dalle sue idee politiche, quanto dalla decisione di lottare contro i vampiri. La leggenda del cacciatore di vampiri raccontata dal nuovo film di Timur Bekmembatov (Wanted) - e prodotto da Tim Burton - è quella leggenda secondo la quale il 16° presidente d’America fu un ammazzavampiri e la famigerata guerra civile fu non contro proprietari terrieri schiavisti, ma contro ambiziose creature sovrannaturali.
Il perché è presto detto: a Lincoln i non-morti uccisero da piccolo la madre. Covando vendetta tremenda, il ragazzo si fa addestrare da Henry, un vampiro ribelle che si serve degli umani per bloccare la sete di sangue e di potere dei suoi simili, guidati da Adam, il più importante latifondista del sud. Ma ben presto capisce che oltre alle armi, un mezzo più potente per sconfiggere le ambizioni vampiresche è la politica e le idee, così intraprende la strada che porta alla Casa Bianca.
Scritto da Seth Grahame-Smith, autore del romanzo di partenza (Abraham Lincoln: The Vampire Hunter) e già sceneggiatore di Dark Shadows di Burton, il film è un fantasy d’azione bagnato d’horror e mescolato con la fanta-storia che guarda, per scelte narrative e visive, allo Sherlock Holmes di Ritchie, ricalcandone la matrice steampunk.
La curiosità nel mescolare la biografia di Lincoln con l’orrore più trendy e soprattutto nel filtrare la storia dell’America attraverso i moduli del racconto gotico-splatter porta il film a giocare in modo fin troppo disinvolto con la politica e i risvolti ideologici della narrazione, finendo così per fare un ritratto reazionario e guerrafondaio delle tragedie fondanti degli Stati Uniti: lo sterminio della popolazione nativa e la schiavitù sudista non furono responsabilità umana - e americana - ma vampira. Per cui gli americani non hanno colpe ed è giusto fare la guerra ai nemici, costi quel che costi, perché sono mostri pericolosi. La disumanizzazione dell’avversario, in un contesto reale, è l’espediente più bieco con cui l’armeno Bekmembatov cerca di conquistare il pubblico americano, dimenticandosi però del resto.
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