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BELLA ADDORMENTATA/ Un film con tanti "bersagli" che si dimentica di Eluana

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FESTIVAL DI VENEZIA 2012 - Ci aspettavamo di più dalla “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio, speravamo in qualche guizzo geniale, qualche riflessione più profonda nelle storie di vita e di morte che sapevamo essere raccontate, e invece abbiamo assistito a un film scontato e prevedibile, e quindi, tutto sommato abbastanza noioso. La nota ossessione anticattolica di Bellocchio, per la quale i preti e le suore hanno sempre un’aria cupa o, nel migliore dei casi insignificante, e spuntano continuamente da tutte le parti insieme a simboli sacri e a preghiere e canti dai toni vagamente mortiferi, fa da sfondo alle diverse storie che si intrecciano negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, ripercorsi in spezzoni di telegiornali e notiziari trasmessi in tv, ai quali assistiamo insieme agli attori. Ma le storie raccontate hanno tutte il sapore del dejà vu, con i loro percorsi banalmente corretti: in un autogrill la ragazza pro life che va a Udine a pregare per Eluana ha un colpo di fulmine per il ragazzo che milita – ovviamente, sennò che gusto c’è – nella parte opposta. Il marito che ama tantissimo sua moglie non può che accontentarla istantaneamente quando lei, malata, con un soffio gli chiede “amore mio aiutami”: in meno di due secondi le spegne l’interruttore della macchina che la tiene in vita. La ragazza in stato vegetativo è una bellissima bambola immobile in modo innaturale, non sbatte neppure le palpebre – ma qualcuno del cast, regista compreso, si è mai preoccupato di vedere com’è una persona in stato vegetativo? – respira rumorosamente attaccata ad una macchina (come poche persone in stato vegetativo)  e sua madre, attrice di talento, vive solo per lei, in una sorta di suicidio intellettuale, professionale ed affettivo che appare irragionevole se non patologico: una rappresentazione scontata e ben poco rispettosa di chi nella realtà dedica la vita ad assistere i propri cari in queste situazioni.

I rapporti familiari sono tutti tragici o almeno molto problematici – a partire da “I pugni in tasca”, per Bellocchio la famiglia non è mai stata una risorsa  segnati da drammi umani, e non è un caso se l’unico segno di speranza, l’unica “bella addormentata” che si risvegli è una tossicodipendente senza famiglia che si vuole suicidare, alla quale un medico, senza famiglia pure lui (a casa non mi aspetta nessuno, posso rimanere qui anche una settimana, dice il dottore alla ragazza) presta assistenza in ospedale per impedirle di farla finita. E’ lo stesso medico che scaccia dalla camera il prete entrato a pregare accanto alla donna assopita, al quale restituisce pure l’immaginetta che il sacerdote le aveva appoggiato vicino al viso. Senza famiglia e senza fede, quindi, è l’unico fra i protagonisti che “compie” il miracolo del risveglio alla vita, che pare non riesca neppure a Dio.



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