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Cinema, Televisione e Media

TAXI DRIVER/ Il capolavoro che 40 anni fa parlava già dell'America di Trump

Robert De Niro, in un video contro Donald Trump, lo aveva paragonato a Travis Bickle, il personaggio che aveva interpretato in Taxi Driver. Ce ne parla DARIO ZARAMELLA

Una scena del film Taxi DriverUna scena del film Taxi Driver

Lo scorso 8 ottobre, in un video trasmesso dall'emittente statunitense Fox News e subito diventato virale, Robert De Niro si scagliava contro l'allora candidato alle presidenziali Donald Trump. "Un cane, un maiale" lo definiva l'attore, che aggiungeva: "Una vergogna per l'intera nazione". Ora, a un mese di distanza, l'America ha fatto la sua scelta: Donald Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti. Il futuro temuto da De Niro è realtà. 

Nella sua feroce invettiva, l'attore aveva paragonato Trump a Travis Bickle, personaggio interpretato dallo stesso De Niro in Taxi Driver. In quel film, interamente ambientato tra le strade di una New York notturna e degradata, il regista Martin Scorsese si concentra su un tassista insonne - Travis, appunto -, una figura ambigua e disagiata, inizialmente incapace di trovare il proprio posto nel mondo e nella società, come tipico di molti anti-eroi del cinema americano post-Vietnam. È attraverso il suo rapporto fallimentare con una donna, Betsy (Cybill Sheperd), impegnata politicamente a favore del candidato democratico Palantine, che lo spettatore inizia a cogliere i primi segnali della follia insita in Travis, e che alla fine della pellicola, come in uno specchio distorsore, si estenderà all'intera città di New York.

Ma quali sarebbero, nell'ottica di De Niro, i punti di contatto tra Travis e la politica del neo-eletto Presidente? Innanzitutto, pur avendo compiuto 40 anni il film affonda le mani in un argomento quanto mai attuale, ovvero il rapporto con il "diverso", con la minoranza. La New York di Scorsese è, come l'America odierna, costellata di minoranze etniche, dai neri agli ispanici, e il programma politico del candidato Palantine, benché mai esplicitato in modo chiaro, sembra voler puntare a una città multietnica, integrando per quanto possibile le diverse etnie sotto lo slogan "noi siamo il popolo". Di contro, Travis vede nell'invasione multietnica una piaga sociale da estirpare con la forza, e in Palantine l'incarnazione dell'ipocrisia statunitense. 

Ma la riflessione di Scorsese è molto più sottile di quanto si potrebbe pensare. Travis, lo capiamo fin dall'inizio, non si interessa di politica; il suo odio per Palantine è puramente irrazionale, innescato dal rifiuto di una donna e fomentato dai costanti e deliranti soliloqui davanti allo specchio. E non importa che il "nemico" sia Palantine o un altro candidato; che sia un nero, un cinese o un ispanico: l'ego autodistruttivo di Travis viene alimentato dall'odio cieco, lo stesso su cui Trump (e altri politici del passato e del presente) ha puntato per guadagnarsi le simpatie di chi, come il protagonista di Taxi Driver, ha un estremo bisogno di un capro espiatorio. 

Quello che all'inizio del film può sembrare al massimo un ventiseienne un po' impacciato, bizzarro ma innocuo, diventa con il passare del tempo un folle guerrafondaio. È impossibile empatizzare con un Travis ormai ridotto sull'orlo di una crisi di nervi, ossessionato dalle armi da fuoco e convinto di dover "ripulire" il mondo dalla feccia. Autoproclamatosi giustiziere, alla fine del film si "immola" per salvare una giovanissima prostituta con cui ha legato, dopo aver tentato senza riuscirci di assassinare Palantine. È l'apice della sua follia e del nichilismo, il trionfo della "giustizia privata" in stile western. Eppure, in un finale drammaticamente ironico, questo gesto disperato di un uomo in pezzi viene letto dalla gente come un atto eroico, e Travis, intrappolato nel suo odio, viene osannato come una figura positiva.