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La battaglia di Hacksaw Ridge/ Le domande "senza scampo" nel film di Mel Gibson

L’ultimo film di Mel Gibson, che sarà tra i protagonisti della notte degli Oscar, racconta la storia di Desmond Doss. Ma lancia anche domande ineludibili, spiega DAVIDE TARTAGLIA

Una scena del film Una scena del film

Che cos’è davvero capace di cambiare il mondo? Che cos’è veramente incidente nella storia, fino al punto di essere capace di cambiarne le sorti? Sono queste le domande che emergono dalla visione di La battaglia di Hacksaw Ridge, ultima pellicola di Mel Gibson in cui il regista statunitense mette sul grande schermo la storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza della storia dell’esercito americano, un giovane ragazzo che decide di andare in guerra per servire il proprio Paese senza imbracciare arma e con il fermo proposito di non uccidere.

Un’impresa apparentemente folle, senza alcuna possibilità di riuscita, ma come dirà lo stesso Doss alla corte militare che cercava un pretesto per rigettare il suo arruolamento volontario: “Occorre qualcuno che rimetta insieme qualche pezzo del mondo, mentre tutti sono così intenti a farlo a pezzi”. È questa l’urgenza che Doss, baldanzoso ragazzo della Virginia, avverte per sé: andare in guerra e servire il proprio Paese da medico, salvando uomini. E attorno alla vicenda di questo ragazzo si costruisce l’impianto narrativo di quest’ultimo lavoro di Gibson, in cui si intrecciano la violenza cruda, rivoltante, della guerra e la resistenza granitica di quel filo di umanità, di compassione senza riserve per l’uomo, di cui Desmond Doss si fa carico.

L’ardore ideale del ragazzo si trova subito a fare i conti con il duro addestramento del campo militare, l’avversità del sergente Howell (un ottimo Vince Vaughn) e le violenze dei propri compagni di unità provocati dalla scelta apparentemente incomprensibile di Doss. Il ragazzo vacilla e dalle poltrone del cinema verrebbe voglia di urlargli di raccogliere le sue cose e tornare nella tranquillità della propria cittadina, dove ad aspettarlo c’è Dorothy, una splendida infermiera con la quale era appena iniziata una storia d’amore. Eppure Doss va avanti, sorretto solamente da due armi: la piccola Bibbia regalatagli da Dorothy e una foto della ragazza come segnalibro; la certezza della fede (e quindi della propria vocazione) e gli occhi della ragazza che ama, riverbero di quell’amore più grande, l’unico amore che davvero può sostenerlo in quell’impresa, un amore che dà tutto e nulla chiede in cambio.

Il giovane Desmond, nonostante la sorprendente forza d’animo contenuta in quel corpo gracilissimo, è sul punto di cedere; nessun uomo sarebbe capace di affrontare una tale impresa da solo. Il punto di svolta, dunque, non è un appello alla volontà, un irrigidimento ostinato sulle proprie posizioni, ma è un atto di amore: la visita di Dorothy. La giovane ragazza non comprende le ragioni di Doss e in cuor suo desidererebbe che il compagno tornasse a casa, eppure il suo abbraccio senza riserve permette a Doss di andare avanti. È solo quell’abbraccio di condivisione totale, qualsiasi fosse stata la scelta, che consente al ragazzo di accettare il compito al quale si sentiva chiamato.

Nella seconda parte del film c’è l’orrore crudo della guerra nella tragica battaglia di Okinawa, della quale Mel Gibson non ci risparmia nulla: i corpi squarciati dei soldati, il terrore, i commilitoni che avanzano sui cadaveri, un inferno in cui ogni frammento di umanità sembra destinato miseramente a soccombere, così come l’impeto di Doss. Ma è proprio nel momento più tragico, quando la vita mette alle strette, che viene fuori che cosa nella vita è davvero capace di resistere.