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Cinema, Televisione e Media

THE GREATEST SHOWMAN/ Il film musical capace di fare cinema politico

Il film di Michael Gracey racconta la storia di Barnum e della nascita del suo circo. Ma il musical parla anche di altro, spiega EMANUELE RAUCO nella sua recensione

Una scena del filmUna scena del film

There's no business like (show)business. È un vecchio adagio dell'industria dello spettacolo americano ed è il motore di The Greatest Showman, il film musical di Michael Gracey interpretato da uno Hugh Jackman sempre istrionico se si tratta di cantare o ballare. Puntando sul lato del business, più che sullo show.

Il centro del film è P.T. Barnum, ovvero l'inventore del circo moderno e The Greatest Showman ne racconta l'infanzia difficile, gli inizi incerti e pericolosi, il tenace rapporto con la moglie e poi i trionfi in giro per il mondo, tra alti e bassi, cadute e risalite. Perfetta parabola americana, anzi vero e proprio inno allo stile di vita americano e agli ideali fondativi della cultura a stelle e strisce che gli sceneggiatori Jenny Bicks e Bill Condon hanno scritto mescolando Charles Dickens e Cecil B. DeMille (ovviamente, Il più grande spettacolo del mondo) con le canzoni di Benji Pasek e Justin Paul (i due compositori di La La Land) su musiche di John Debney. 

L'ostinazione di un grande creativo nel perseguire il proprio sogno, la seconda possibilità, la scala sociale come punto essenziale del sogno americano, l'importanza culturale nel sistema dello spettacolo di marketing e promozione, l'inventiva al servizio di un capitalismo gioioso, personale, al servizio della felicità dello spettatore. Gracey sfodera un film ideologicamente vecchio stile senza forzare la mano della "propaganda", consapevole di una forma di conservazione sana rispetto alle arie che tirano nel suo Paese e che portano a una forma di paradossale progressismo: i temi della diversità, dell'identità, della necessità del crogiuolo etnico e sociale non sono un alleggerimento o una concessione rispetto al cuore, ma vi sono strettamente legati. Non c'è realizzazione personale senza avanzamento nei diritti di una comunità.

Potrà sembrare un assunto ideologico ed emotivamente freddo quello alla base del film di Gracey, ma The Greatest Showman ha dalla sua la giusta coerenza tra il discorso e la forma che gli si è dato: ossia quella del grande spettacolo popolare, in cui "le dimensioni contano", con le coreografie indicano una via opposta rispetto all'intimismo esistenziale di La La Land. Bigger is better, più grande è, meglio è e le canzoni ammiccano al pop radiofonico più accattivante, con ritornelli che si stagliano come inni, proprio per suggellare l'intera identità del film. 

Potrà essere letto come un apologo conciliante e auto-assolutorio sul senso degli Usa oggi, ma più che altro The Greatest Showman racconta la necessità di ristabilire l'essenza dell'essere statunitense, i pilastri di una cultura e di un'identità che la politica contemporanea ha stravolto in una forma scintillante e capace di coinvolgere le masse. Un modo di fare cinema politico attraverso la malia del musical. Un modo furbo, ma per nulla disonesto. 

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