Rubriche
mercoledì 1 dicembre 2010
Ripetiamo un concetto con cui abbiamo aperto questa breve inchiesta sulle privatizzazioni all’italiana degli anni Novanta: non c’è stato nessun complotto, nessuna cospirazione, nessuna congiura particolare. Chi legge la storia in questo modo denuncia solo la proprio ignoranza nell’osservare e riflettere sulla realtà. E così facendo schematizza brutalmente i contrasti di interessi che ci sono sempre stati nella storia dell’umanità e delle società in particolare. Il che non significa che, in questa contrapposizione di interessi di gruppi o di lobbies, non si possano vedere “traditori”, “irresponsabili”, “personaggi mossi dall’avidità” di un guadagno a breve termine, ricercatori di nuovi equilibri politici ed economici e, infine, l’interesse di altri Stati contro il sistema italiano.
Già, il sistema italiano, il “calabrone” che riesce a volare, l’anomalia che funziona, per usare le metafore in voga fin dagli anni Settanta dagli ultra-razionalisti liberisti o programmatori-democratici che hanno sempre dimenticato, probabilmente, non tanto la nazione italiana, ma la civiltà italiana, che ha millenarie tradizioni di non-profit, di creatività imprenditoriale e di lavoro artigianale, di radicamento municipale, di carità cristiana e di solidarietà laica o laicista. Francesco Guicciardini ammoniva nel Cinquecento: non attenderti mai niente dagli italiani, perché ti deluderanno; ma quando nulla ti aspetterai da loro, saranno capaci di stupirti.
L’Italia esce dall’ultima guerra mondiale distrutta, ma per l’accortezza di grandi uomini politici, di bravi imprenditori, di ottimi manager pubblici e di un popolo che ha voglia di riscatto riesce a fare un balzo economico e sociale incredibile con tassi di crescita del Pil per oltre dieci anni, del 6,5% e del 7,5%. La base di questa rinascita e di questo sviluppo è dovuta alla combinazione di alcuni fattori: creatività lavorativa; un apparato di grandi industrie pubbliche che non sono ereditate dal fascismo, ma dalla grande scuola di Alberto Beneduce; innovazione di grandi industrie private; nascita di una piccola e media impresa diffusa sul territorio con capacità straordinarie; scelta atlantica e occidentale che ci associa al piano Marshall e ci assegna una posizione strategica di grande vantaggio.
Dopo il boom economico l’Italia resiste ai venti della “guerra fredda”, alla reazione interna di una sinistra classista e leninista che non ne ha “indovinata una che è una”; allo shock petrolifero degli anni Settanta; poi alla ribellione del ‘68 e al terrorismo fino al confronto cruciale sugli euromissili, che è l’ultima impennata dell’impero sovietico. Nonostante tutto questo, l’Italia riesce a entrare nel consesso delle grandi potenze industriali, il G7.
Alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, l’Unione Sovietica implode e crolla. È la fine di un’epoca e cambia di conseguenza tutto il quadro geostrategico. Ma cambia anche il modo di pensare comune. È l’epoca del trionfo del liberismo, del modello del mondo occidentale, del capitalismo anglosassone. Il comunismo reale e qualsiasi sfumatura di dirigismo economico, persino socialdemocratico, viene messo in soffitta come un reperto di archeologia ideologica. Alla fine, in questo sommovimento di idee, persino la domanda aggregata di John Maynard Keynes viene scambiata per una vecchia ciabatta di cui disfarsi.
Ammesso e non concesso che non ci sia stata una cospirazione ai danni dell'Italia, la cosa comunque ha portato ad un vero e proprio saccheggio, pertanto mi sembra che nessuno possa mettere in discussione il fatto che stavamo molto meglio prima delle sbandierate privatizzazioni.... E sarà così anche a questo giro. Questa gente (perchè sono sempre gli stessi)ha massacrato il nostro Paese.
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