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Cronaca

ABORTO/ La pillola del giorno dopo e il miraggio di guarire dalla "malattia" della maternità

Il documento finale della Federazione degli Ordini Medici Chirurghi e Odontoiatri riafferma come dovere deontologico del medico adoperarsi per far si che chi ne faccia richiesta possa ottenere la "pillola del giorno dopo". CARLO BELLIENI commenta questo documento per ilsussidiario.net

bambino_incubatriceR375.jpg(Foto)

I medici hanno l'obbligo deontologico di "adoperarsi per tutelare l'accesso alla prescrizione nei tempi appropriati" della pillola del giorno dopo alle donne che ne facciano richiesta. E' quanto si afferma nel documento 'Etica e deontologia di inizio vita', varato dal Consiglio nazionale della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo).
 

Lette alcune conclusioni del convegno FNOMCeO, ci resta un po’ d’amaro in bocca. Che il medico si debba adoperare per la salute dei pazienti è ovvio; ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che, come chiede il Sottosegretario Roccella, nelle discussioni si debba partire dai dati e non dai presupposti. Insomma, la questione della pillola del giorno dopo ci lascia insoddisfatti. Perché? Non è un diritto del paziente quello di essere curato? Certo. Ma ci sono due cose che evidentemente sfuggono. La prima è l’oggetto di cui parliamo: la “pillola” non è un mero anticoncezionale, ma può agire anche a “concezione” avvenuta, impedendo che l’embrione sopravviva (questo lo si legge anche in siti che nulla hanno in contrario alla “pillola”). E questo è un aborto. E deve rientrare nella disciplina della legge 194.

Secondo, è il diritto ad averla, perché se è un farmaco ormonale complesso (non un farmaco “da banco”, cioè senza bisogno di prescrizione) con possibili effetti collaterali (e possibilità che non sia l’unica risposta al problema della paziente!) il medico deve darlo “secondo scienza e coscienza” e non a semplice richiesta, altrimenti tanto varrebbe che lo vendessero al supermercato… 

Il vero punto della questione è che certo esiste il trauma di una gravidanza imprevista, ma c’è anche il trauma della solitudine e dell’ignoranza: perché lo Stato e la società non si fanno carico di questo? Invece le uniche due parole che Stato e società sanno dire sulla sessualità delle giovani sono: “preservativo e IVG”, che ricordano un po’ il motto “libro e moschetto” di antica memoria. La legge 194 almeno ha (ma dovremmo dire “aveva”, dato che è bypassata dalla “pillola” suddetta) alla base il tentativo di “socializzare” la gravidanza, cioè di non lasciare la donna sola in un cantuccio senza alternative se non quella di affrontare una società che emargina e deride chi ha un figlio da giovane (o se lo fa quando ancora “tutte ma proprio tutte” le condizioni non sono  favorevoli)… oppure di sbarazzarsene. “Socializzare”  è dare tutte le possibilità economiche e sociali per avere un figlio e dare tutte le possibilità culturali perché fare un figlio-non-pianificato-e-non-necessariamente-perfetto non sia un’operazione da extraterrestri. Ma questo oggi è semplicemente negato: troppo facile per lo Stato e la società aprire la porta dell’eliminazione dell’embrione o della supposta cancellazione dalla memoria di un rapporto che avrebbe potuto diventare generativo e fecondo.

Ma se l’IVG zoppica, anche l’altro vessillo del novello motto, il preservativo, non gode di buona salute: non è infatti l’elisir che vorrebbero far apparire: semplicemente perché in una cultura che non educa alla conoscenza del proprio corpo, dei propri ritmi fecondi, dei propri sentimenti, dare un preservativo (e una pillola) e basta, è anche meno di dare il pesciolino a chi muore di fame invece di insegnargli a pescare.
Insomma, come dice l’on Roccella ai medici della FNOMCeO, “Riflettete su pillola e aborto!”, perché non se ne parli solo come forme di autoterapia (di quale malattia?). Già: per la legge italiana l’aborto è l’unica “terapia” che la persona possa auto-prescriversi (con il passaggio quasi formale dal medico) per l’unica “malattia” che la persona possa autodiagnosticarsi (almeno entro i 90 giorni) senza quasi interferenze: il rischio per la salute dovuto ad una nascita.

Ci sarebbe piaciuto che i medici italiani della FNOMCeO avessero riflettuto insomma  perché non si abbia a creare una società di persone che sanno solo fuggire dai problemi senza imparare a costruire e affrontarli, senza conoscere se stessi e senza migliorare le proprie attitudini; perché lo Stato non sia solo quello che apre la porta a questa fuga. Questo è il reale compito del medico, che non può essere solo un “fornitore” di un servizio a chi da “paziente” è diventato “utente” all’interno di strutture che da “Ospedali” sono diventate “Aziende”.

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COMMENTI
27/10/2008 - ABORTO DI STATO, TRENT'ANNI DI VERGOGNA (ALFREDO DE MATTEO)

La legge 194 non ha affatto alla base il tentativo di socializzare la gravidanza, tanto è vero che nessuno può in alcun modo entrare nella decisione della donna di abortire, nemmeno il titolare dll'altra metà del patrimonio genetico del nascituro. La sciagurata legge ha alla radice il principio di autodeterminazione della donna in base al quale la donna ha il potere assoluto ed illimitato di uccidere l'innocente che porta in grembo. La banalizzazzione dell'aborto (La RU486)è diretta conseguenza di questo nefasto principio. Ne risulta che la donna è lasciata sola in balia del medico senza scrupoli, della cerchia dei parenti infastidita dalla gravidanza inaspettata, dei consultori che non fanno altro che prendere atto della volontà della donna e rilasciare il freddo certificato di morte. Lo Stato non ha il dovere di risolvere i problemi che derivano da una gravidanza difficile o semplicemente non programmata. Ha invece il dovere di proteggere la vita degli esseri umani innocenti che non hanno alcuna possibilità di difendersi (neanche quella di farsi vedere o sentire). L'aborto (che esso si chiami RU486 o legge 194) è un delitto abominevole che non ha alcuna giustificazione. Solo dopo che lo Stato avrà garantito con la forza della legge i diritti di chi non ha voce potrà efficacemente mettere in atto misure preventive sociali ed economiche a favore della maternità, in difesa della vita.

 
27/10/2008 - L'educazione all'affettività (sabina moscatelli)

nelle nostre scuole va del resto in questo unico senso: sistemare il "problema" gravidanza. Da anni mi trovo ad accompagnare scolaresche di II liceo al Consultorio, in cui con dovizia di particolari viene illustrata un'unica soluzione: sbarazzarsi del figlio indesiderato. Mai una volta che si proponga lo scandalo di accettare la creatura, mai una sola volta che si illustri anche la semplice possibilità di trovare un aiuto (psicologico, sociale, economico) positivo, che lasci passare un messaggio di vita. Chi ricorda a queste adolescenti che il trauma di un aborto non si supera? Che un giorno nella vita arriva il conto? Esattamente come mi è capitato, negli ultimi due mesi, di conoscere personalmente due donne che hanno deciso di ricorrere all'aborto terapeutico, "perché tanto il bambino morirà alla nascita". Ma io mi chiedo (come madre di due figli, di cui la seconda avuta non proprio da ragazza e con molti dubbi): è mai possibile che un figlio non preferisca morire tra le braccia della propria madre, che lo accarezza amorevolmente, invece che essere strappato con brutalità dal suo grembo a 4 mesi avanzati? Con amarezza, ci troviamo a vivere in una società in cui prevale la cultura della morte, la mancanza di coraggio e di fiducia nella vita. Che tristezza.