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ELUANA/ Bergonzoni: vi spiego il mio no al dogmatismo della scienza e del diritto

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Andando sul sito dell’associazione “Amici di Luca”, oltre alla foto del piccolo Luca De Nigris alla memoria del quale il padre Fulvio ha dedicato la sua opera a favore delle persone in coma e stato vegetativo, campeggia anche la foto dell’attore comico Alessandro Bergonzoni. Testimonial ufficiale dell’associazione da ormai otto anni, Bergonzoni ha una forte sensibilità per le tematiche sollevate dal caso Englaro. E su tutta la vicenda, e le problematiche ad essa collegate, ha le idee molto chiare.

 

Bergonzoni, ci spieghi per prima cosa il perché di questo suo coinvolgimento con l’associazione “Amici di Luca”.

 

Innanzitutto non è frutto di un caso, ma di una scelta. Io ho voluto fare questa partecipazione otto anni fa per un motivo molto chiaro: perché credo che non ci debbano essere solo i cosiddetti “coinvolgimenti personali” per essere attenti a questi temi. Bisogna smettere di pensare che ci si coinvolge solo se si ha un figlio malato, o se si sta male. Io ho voluto aderire a questa iniziativa e diventare testimonial come espressione di una mia libertà, di un mio libero coinvolgimento: non si può pensare ai problemi della donna solo se si è donna, o al tema della scuola solo se si hanno dei figli. Bisogna pensarci in condizione di autonomia, a prescindere dai fatti contingenti. In particolare, poi, l’attenzione a un fatto come la memoria, la coscienza, l’assenza, il vuoto, per chi fa il mio lavoro, l’attore, o per chi in generale si occupa di arte è una cosa fondamentale.

 

Veniamo allora al caso Eluana: alla luce di questo suo libero coinvolgimento con queste problematiche, che idea si è fatto di tutta questa vicenda?

 

Sono molto colpito, anzi, sono scandalizzato da quello che sta accadendo. Che una persona a vent’anni, in un pomeriggio di sole, dica una certa cosa con le proprie amiche e questo possa valere come ammissione di testamento biologico è una cosa folle. Ed è una cosa che apre, umanamente, giuridicamente, antropologicamente, filosoficamente un tema che non ha paragoni in Italia. Il caso Welby è un caso a parte, perché lì avevamo una persona cosciente che ha espresso una volontà. Ma su Eluana ci troviamo di fronte a un’esasperazione che può avere conseguenze pesantissime.

 

Cosa fare secondo lei per evitare queste conseguenze?

 

Concentrarci su quei casi di cui non si parla mai, dando voce a chi esprime la volontà di vivere. Io conosco una persona affetta da sindrome Locked-in, si chiama Gian Pietro Steccato, ed è una persona che a differenza di Welby chiede di vivere. Lo si faccia parlare, lo si faccia vedere: Steccato si fa fotografare, e non si pone i problemi di cui parla Ignazio Marino, che si ferma al permesso e al consenso a farsi fotografare (con tutte le cose che vediamo in televisione costantemente a tutte le ore di tutti i giorni). La stampa, i giornali e le televisioni devono riportare i casi di queste persone che vogliono vivere; e lo Stato, per parte sua, deve impegnarsi a dare a queste persone il giusto sostegno economico per permettere loro di continuare a esistere con la “loro” vita. Ripeto: con la loro vita, non quella che “noi” crediamo dignitosa. Sono stanco di sentire che la dignità della vita dipende dal giudizio di qualcuno: io voglio capire cos’è la dignità della vita sulla base di elaborazioni diverse, non solo sull’elaborazione fatta da una persona sana. Questo è il tema: se si chiedeva a Zanardi, prima dell’incidente che gli ha fatto perdere le gambe, cos’avrebbe fatto e pensato della vita dopo un caso del genere, può darsi che avrebbe detto “lasciatemi morire, non voglio vivere”. Quindi attenzione a questo concetto del decidere prima.

 

Nel caso di Eluana però ci si scontra anche con il fatto che c’è un tutore, che è per altro il padre, il quale assicura che quella è la volontà della figlia: che fare?

 

Non mi pare giusto che non si analizzi mai il tema della paura, del dolore, della paura di un padre, e direi anche del transfert che un padre fa nei rapporti con la figlia in quella condizione. E poi anche il concetto quasi di “proprietà” che un padre ha nei confronti della figlia, per cui decide lui. Queste sono tutte cose che vanno dette, come si è soliti fare, “con tutto il rispetto”; però il rispetto personale adesso deve lasciare spazio anche a un concetto più universale della vita. La vita vale a prescindere dai loro “proprietari”: nessuno è proprietario della vita, neanche un padre. E allora io dico che se qualcuno vuole accudire questa ragazza, che è viva e vegeta (come dice la mia pubblicità: “Vivo e vegeto – ma soprattutto vivo!”), si dia a queste persone la possibilità di farlo.

 

Lei accennava prima al fatto che i media danno poco spazio alla voce di chi vuole continuare a vivere. C’è, più in generale, un difetto nel dibattito pubblico, nel modo con cui si parla del caso Eluana?

 

Il problema fondamentale è che dobbiamo smetterla di dividerci in buoni e cattivi, o in laici e religiosi, come facciamo sempre nei nostri dibattiti. C’è un modo più profondo di questo di parlare di uomo, di essere, di vita. E poi dobbiamo rifuggire il dogmatismo con cui la scienza e la magistratura parlano di queste cose. L’essere non è solo una condizione giuridica o scientifica; e vorrei dire al professor Veronesi, il quale ha detto che si nasce per caso, che si muore per caso e che nulla di quello non si può dimostrare esiste, che se partiamo con questa idea dogmatica della scienza non arriveremo molto lontano.

 

Inoltre le conseguenze di questo dibattito sono molto forti, visto che affaccia anche un’ipotesi di legge sul testamento biologico. Qual è la sua posizione su questo?

 

Io dico che va bene fare una legge ben discussa su tutti questi problemi, soprattutto nel caso in cui c’è gente che coscientemente ha certe intenzioni. Ma il problema vero, ripeto, è tutelare chi non può decidere nulla, e non ha mai deciso nulla. Mi riferisco al caso Eluana, ma è anche lo stesso identico caso di Terri Schiavo, in cui erano state usate argomentazioni simili, del tipo “lei ha detto, lei ha pensato, lei era una donna piena di vita”. Ma cosa vuol dire? Io ho conosciuto Mario Melazzini, malato di Sla, il quale ha ammesso in un suo libro che a un certo punto voleva andare in una clinica per eutanasia; ma poi si è fermato, e ora dice che questo è il momento più importante della sua vita. Bisogna stare attenti, allora, perché con una legge su un fatto come questo, tra i 2000 o 3000 casi di gente che accudiscono le persone che amano e che avranno dei problemi nel portare avanti questa situazione, alcuni potranno farsi venire un dubbio e dire “ho la libertà di farlo, appena sarò stanco staccherò”. È un tema molto complesso, e non è possibile che sia trattato solo dalla scienza e dalla giustizia.

 

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