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BIOETICA/ Dalla “Carta di Firenze” il pericolo di un'alleanza fra culto della scienza e disumanizzazione

Pubblicazione:martedì 4 novembre 2008

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Si è concluso il convegno fiorentino su “Le buone ragioni della Carta di Firenze”, durante il quale si è discusso delle cure da offrire ai bambini estremamente piccoli. Il convegno resterà nei ricordi per la presenza dell’olandese Eduard Verhagen, coautore del protocollo sull’eutanasia infantile e del filosofo Gianfranco Verzoller che ha discusso il tema se il neonato sia una persona, incorrendo entrambi nelle ire delle famiglie delle persone disabili [leggi qui]. Non entro nel merito del convegno, dato che sulla Carta di Firenze si è già espresso in maniera netta il Comitato Nazionale di Bioetica, in pratica respingendone le conclusioni. Non entro neanche nelle polemiche che il convegno ha provocato con le critiche che i giornali hanno sollevato a chi sosteneva che neonati e disabili non sono persone.

 

Ma è opportuno partire da qui per affermare una certezza: se si inizia a distinguere chi è persona e chi non lo è o si cade nell’assurdo o si usano riferimenti logici deboli e fragili. Ci ha infatti fatto piacere notare che è montata un’onda di sdegno a fronte delle affermazioni miranti a chiudere neonati e disabili in un limbo di non-persone; la direzione dell’ospedale Meyer ha affermato che certamente disabili e malati sono persone, arrivando a spiegare che l’Ospedale suddetto è consapevole di aver sempre operato in difesa della vita, per il rispetto della persona sin da quando è nella pancia della mamma [leggi qui]. E già, il punto dolente emerge e i nodi vengono al pettine: infatti negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’erosione di quella che gli inglesi chiamano “personhood”, cioè dello status di persona: prima ai feti ed embrioni, poi ai disabili gravissimi come Terri Schiavo, insomma progressivamente a tutti quelli che “non sono in grado di autogestirsi mentalmente”; in altre parole, per un numero sempre crescente di filosofi soprattutto anglosassoni, il non avere una netta coscienza di sé implica il non essere persone. A fronte di questo, chi aveva affermato che “non-persona” è solo il feto - e che questo essere non-persona giustifica la sua eliminazione in caso di desiderio dei genitori di abortire – resta totalmente spiazzato: si indigna con chi stigmatizza come non-persona il bambino o l’anziano, ma non sa giustificare la propria decisione di considerare non-persona il feto. E allora si affannano a trovare qualche sostanziale differenza tra un feto e un bambino, ma inutilmente: non ce ne sono.

 

Dunque alcuni arrivano a spiegare che ciò che rende persone sarebbe l’arrivo della luce agli occhi, “che stimola il funzionamento del cervello ed attiva la capacità di immaginare e la nascita del pensiero umano”, dimenticando evidentemente che ci sono delle persone che in realtà non sono mai stati colpite dalla luce per una cecità congenita: non sono forse persone? Dimenticando che alcuni feti vengono portati alla luce, operati perché malati e reinseriti in utero: sarà dunque per loro l’essere persone un fenomeno transitorio e reversibile? Dimenticando che alla fine della gestazione la luce penetra attraverso il pancione fino agli occhi del feto. Arrivano a riportare in auge delle frasi di Italo Calvino che sosteneva che “…un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri” [leggi qui], cosa che ci fa preoccupare non poco, al pensare che in sostanza diventiamo persone solo per “concessione “ di qualcun altro, cosa che speravamo finita dai tempi del diritto di vita e di morte del pater familias di ciceroniana memoria.

 

Ho da poco partecipato ad un congresso nazionale organizzato dal coordinamento “Vivere” che raduna le associazioni dei genitori dei bambini ex-prematuri. Il convegno significativamente si intitolava “Prendetevi cura di noi”: non abbiamo sentito voci alzarsi invocando che smettessero gli studi per aiutare i piccoli di 22 settimane; non abbiamo visto cartelli contro i medici che curano i piccolissimi, ma abbiamo sentito richieste pressanti e commoventi di mamme che vogliono che il loro bambino sia curato come tutti gli altri pazienti. Lo scandalo oggi è che gli Stati che aprono i cancelli alla sospensione delle cure per i piccolissimi chiudono al tempo stesso le porte culturali, mentali ed economiche agli aiuti a chi invece vuole vivere anche nella malattia. Sarebbe bene che fossero loro a parlare.

 

Le elezioni domani negli USA ci riportano proprio a questo: all’immagine di una candidata vicepresidente che culla il suo bambino disabile generando scandalo nei media liberal e tra i benpensanti. Scandalo che nasce da una mamma che non si pone il dubbio se “accettare” il figlio malato, ma lo ama incondizionatamente. In molti si stanno preoccupando delle conseguenze che una vicepresidente-mamma-audace avrà sui temi legati alla vita. Noi speriamo che ce la faccia. Lei e il suo piccolo sapranno mostrare al mondo che non siamo noi che facciamo diventare qualcuno“persona”, ma che la nostra ragione e il nostro cuore sono davvero in marcia quando sappiamo riconoscere l’essere persone in tutti, anche in chi è così piccolo o così malato da non sembrarlo.



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