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Cronaca

ELUANA/ Bertoglio (Ospedale di Lecco): il mio incontro con Peppino Englaro e il suo dramma

Dopo la sentenza sul caso Englaro si è aperta la macabra caccia all’ospedale che stacchi il sondino e che permetta la morte per fame e per sete di Eluana. Il primo ospedale cui Peppino Englaro si è rivolto è l’ospedale di Lecco. Ambrogio Bertoglio, direttore generale dell’ospedale, ha accettato di raccontare a ilsussidiario.net come si sono svolti i fatti. VOTA IL SONDAGGIO.

eluana_sorriso_R375.jpg (Foto)

Dopo la sentenza sul caso Englaro si è aperta la macabra caccia all’ospedale che stacchi il sondino e che permetta la morte per fame e per sete di Eluana. Il primo ospedale cui Peppino Englaro si è rivolto è l’ospedale di Lecco. Ambrogio Bertoglio, direttore generale dell’ospedale, ha accettato di raccontare a ilsussidiario.net come si sono svolti i fatti.

Dottor Bertoglio, come le è arrivata la richiesta di procedere all’attuazione della sentenza che dà la possibilità di interrompere l’alimentazione e l’idratazione a Eluana?

Nel mese di giugno è arrivata all’ospedale una richiesta scritta firmata dal padre di Eluana, Peppino Englaro, in cui ci chiedeva la possibilità di utilizzare uno spazio all’interno dell’ospedale in cui poter accogliere per un numero limitato di ore Eluana, e durante questo tempo e in questo spazio sarebbe stato tolto il sondino da parte di operatori di fiducia del padre di Eluana. Nella richiesta si precisava che non erano necessari infermieri e che sarebbe stato sufficiente un aspiratore e nessun’altra attrezzatura.

E lei cos’ha risposto?

Ho scritto una risposta articolata in tre punti. Il primo punto era che l’ospedale costruisce una propria organizzazione, una propria fisionomia terapeutica, e la descrive all’interno del piano di organizzazione, che viene pubblicata; con questa presentazione l’ospedale si presenta al mondo, e quindi la gente che la legge decide di farsi curare in questo ospedale, sapendo qual è la struttura terapeutica e clinica che qui si mette in atto. Il secondo punto della risposta era che il nostro ospedale, per ovvia consuetudine, non aveva mai né affittato né prestato spazi all’interno dell’ospedale, perché altri dal di fuori venissero ad esercitare sotto il tetto dell’ospedale pezzi di terapia o di cura gestiti da altri. Terzo punto, il codice deontologico sia dei medici che degli infermieri, dice che anche in assenza e nell’impossibilità di essere efficaci terapeuticamente, comunque l’accudire la persona e il dar da bere e da mangiare va garantito comunque.

Poi cos’è successo?

La risposta, pur articolata e per niente forte, era però sicuramente una risposta molto burocratica. Quindi ho deciso di telefonare al signor Englaro per dirgli di venire e per potergli parlare direttamente. Lui è venuto la mattina stessa, e abbiamo fatto un lunghissima chiacchierata. Englaro mi disse subito che si aspettava quella risposta, e che aveva fatto la richiesta quasi per dovere, ma senza aspettarsi nulla. Qualche tempo dopo ha fatto la stessa richiesta in termini generali alla Regione Lombardia, e la risposta che ha ottenuto ripercorreva sostanzialmente le stesse argomentazioni, seppur articolate in maniera diversa. Quindici giorni fa è poi arrivata una comunicazione da parte della magistratura: ho appreso che il signor Englaro ha denunciato sia la Regione che il nostro ospedale perché non abbiamo ottemperato alla disposizione della sentenza.

A parte quest’ultimo aspetto della vicenda, che cosa è emerso dall’incontro che lei ha avuto con il signor Englaro?

È stato un incontro molto interessante: ci siamo guardati da padri e ci siamo messi a parlare della situazione. Lui non si è affatto nascosto, ed è stato molto cordiale e molto franco. Nel nostro dialogo ha raccontato di sé presentandosi come un vecchio socialista umanitario, molto amante della libertà. Un uomo proveniente dalla dura Carnia nei tempi del dopoguerra: una terra povera, e molto faticosa. Quindi mi si è presentato come una persona con un grande senso del dovere, e con l’idea di essere da solo contro la durezza della vita, che va affrontata facendo leva sulla propria forza di volontà.

Che cosa le ha detto invece di Eluana?

Lui dà un’immagine molto chiara di sua figlia: una ragazza amante della libertà, un “purosangue”, come lui stesso la definisce. E un purosangue non accetta di essere azzoppato, perché ama la libertà, ama correre. Un purosangue va ucciso per pietà, quando si trova in queste condizioni. Alla mia osservazione che le cose sono andate diversamente e che ora c’è qualcuno che si occupa di lei, e quindi bisogna accettare e stare di fronte a questa nuova situazione, mi ha semplicemente risposto che questa è una concezione da religiosi, inaccettabile per chi religioso non è. Il suo ragionamento è questo: nella mia coscienza ritengo giusta questa cosa e quindi devo essere lasciato libero di perseguirla, e nessuno può limitarmi e fermarmi nella realizzazione di quello che ritengo giusto. E di conseguenza ritiene di essere in una situazione di perseguitato perché la società non gli permette di fare questo. Quello che non sono però riuscito a capire è il perché della valenza pubblica che lui vuole dare a questa vicenda. Ammesso, e non concesso, di voler realizzare il proprio punto di vista, ma perché poi volerlo fare in ospedale? È come se volesse che la società glielo riconosca e lo metta in condizioni di farlo, come un suo diritto.

Ma non è prescritto dalla sentenza che la cosa debba essere fatta in un ospedale?

La sentenza prescrive che sia fatto in una struttura tipo hospice. Ma la sentenza è fatta di due parti: una parte è quella che dice che si può interrompere l’alimentazione e l’idratazione, e una seconda che è strettamente medica in cui, partendo dal dire dove deve la cosa deve essere fatta, si danno una serie di prescrizioni strettamente mediche: usare rilassanti, antidolorifici e tutto quello che serve per combattere quelle che sono le conseguenze cui va incontro chi non viene più alimentato e dissetato. Il problema è che, come qualcuno ha osservato, tutto ciò, dal momento che non ha alcuna valenza medico-sanitaria (non è nemmeno necessario togliere il sondino, perché basterebbe non mettere più dentro cibo e liquidi) lo si potrebbe fare anche a casa. Perché a casa no? L’accudimento non ha bisogno di macchine o strutture speciali che si possono assicurare solo in ospedale. Invece Englaro vuole che questa cosa sia fatta in ospedale, proprio per affermare quella valenza pubblica di cui dicevamo.

Secondo lei, ora, che cosa faranno gli altri ospedali?

Ora ci troviamo in una situazione paradossale: certamente mi sembra molto difficile che un ospedale, a meno che non sia fortemente ideologizzato, possa scegliere di ospitare un simile gesto. La Lombardia si è espressa in una certa maniera, e quindi questo vale per le strutture della Regione. Cos’altro possa accadere non lo posso prevedere.

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COMMENTI
03/12/2008 - Purosangue (Rosario Frasca)

Siamo proprio sicuri che un purosangue preferisce essere ucciso piuttosto che vivere azzoppato? O, più cinicamente, l’uso di uccidere il purosangue azzoppato è scaturito dall’inutilità “economica” perché il purosangue che non può più correre e vincere non serve a niente e quindi è meglio eliminarlo per non vederlo degradato? Nessuno potrà mai dire che il purosangue azzoppato vuole essere ucciso. Evidentemente il paragone del purosangue non calza e, molto probabilmente, è dovuto alla disperazione. La speranza è una virtù teologale e purtroppo non può essere a sostegno di una persona che si dichiara non religiosa. Ecco il perché di certe decisioni assolutamente coerenti se togliamo la speranza, la fede e l’amore dall’orizzonte del nostro vivere. Ma a volte essere coerenti non vuol dire essere giusti. E chi amministra la giustizia lo dovrebbe sapere.

 
02/12/2008 - Compassione e compromesso - Vogliamo la verità. (Giovanni Ceroni)

Ho letto alcuni articoli sulla compassione nei confronti del padre di Eluana.... ciò mi fa riflettere. Prima di tutto trovo compassione per Eluana, oggetto di una battaglia ideologica che vuole portare la più terribile delle eutanasie anche in italia. Eluana attende la peggiore delle dolci morti, quella dell'agonia da sete e da fame. Che pena per i giudici che per ideologia fanno di tutto per portare la dolce morte in italia, che pena per il padre di Eluana che fa di tutto per dare una lezione di morte alla società intera. Infine come non accorgersi che il 'FINE VITA' è un progetto politico all'insegna del compromesso sulla morte? A forza di approccio di compromesso cosa ne capiranno i nostri figli? Per cosa lottiamo, per il compromesso migliore o per la verità? Delle due una.

 
02/12/2008 - Chi è il vero malato? (maria rita Polita)

Con timore (perchè non voglio mancare di rispetto a nessuno) dico che questa intervista mostra chi è il vero malato; richiede pietà (perchè si mostra nell'Essere) ma anche giudizio, perchè possa gridare una speranza di salvezza, di salute, per se e per sua figlia. Quanto non sa chiedere, è supplicato dalla Comunità dei credenti. Riguardo al cavallo selvaggio, perchè il cavallo selvaggio non può aver deciso/accettato, in libertà, di farsi farfalla? MRP

 
02/12/2008 - Demolire il il figlio per costruire il padre. (Michelangelo Blanco)

L’eutanasia, vecchio complice di memoria hitleriana, Hiroscima e Nagasaki hanno segnato il XX° secolo all’insegna dell’impoverimento del valore umano. Il disastro ambientale, l’odio razziale e religioso, complici per iniqua sorte, ne hanno accresciuto il disvalore. Il testamento biologico, neologismo illogico, è l’ultimo valore aggiunto, e maggior causa dell'inversione di tendenza che ha aperto il nuovo millennio all'insegna dell’accelerazione di ciò che più d'ogni cosa l’umanità invece dovrebbe temere: l'entropia. Ed è che l’uomo, rilegato nelle fasce del suo stesso pensiero involutivo, vede nella “buona morte” il trionfo di uno pseudo libero arbitrio. Ed è così che un padre crede di “ricostruirsi” demolendo il figlio. Assunzione di responsabilità. Chiunque delibera ed esegue o fa eseguire una procedura per terminare la vita di un UOMO, a prescindere di ogni fatto e circostanza che possa determinarla, commette un omicidio. E chiunque commette un omicidio è un assassino. In un paese dove la pena di morte non solo non esiste ma si fa promotore per l’abolizione nel mondo, l’Istituto che l’ha sentenziata snaturando la sua stessa funzione di garante della vita, ne diviene il mandante con l’aggravante della premeditazione se trattasi della Cassazione. Che si bandiscano le parole eutanasia e testamento biologico prima che sia troppo tardi. E invece, addirittura, anche il Presidente Napolitano fa premura a ché presto si attui il testamentificio della morte.

 
02/12/2008 - Pubblico e Privato (Rosario Frasca)

Le argomentazioni che risultano nell'intervista, fanno risaltare una serie di conflittualità tra pubblico e privato; c'è un ambito pubblico ed uno privato; tra i due ambiti non c'è comunicazione o interconnessione...sulla carta; come dire che non tutto il privato può essere reso in pubblico non tutto quel che è pubblico interessa il privato. Un uomo ed una donna si amano e soffrono; l'uomo è cosciente di soffrire e d'amare, la donna non si sa; l'uomo vuol porre fine alla sofferenza e continuare ad amare la donna, ma per far questo deve toglierle la vita; l'uomo dice che l'amore è un fatto religioso il dolore invece è un fatto sociale quindi pubblico; non vuole interferenze pubbliche su quello che lui sente e sulle azioni che ha deciso autonomamente di attuare e si rivolge ad un pubblico tribunale per decretare la valenza pubblica della sua azione. L'uomo soffre la donna non si sa. L'uomo vuole che sia rispettata la volontà della donna che lui in privato custodisce ma vuole che il pubblico rispetti questa volontà, lui soffre e non ce la fa da solo vuole l'aiuto pubblico, tribunale od ospedale che sia, per compiere un atto privato perchè il dolore e l'amore è quanto di più intimamente privato possa esserci e nessuna istituzione pubblica può dirsi capace d'amare o di soffrire.

 
02/12/2008 - Un problema evidente (Andrea Staiti)

C'è una cosa lampante in questa questione che rende la decisione del padre prima e dei giudici poi del tutto indifendibili. Il quadro clinico di Eluana non è cambiato, da quello che so, di una virgola in 17 anni rispetto a quello che era un minuto dopo l'incidente. Domando: Qualcuno avrebbe proposto di interrompere l'alimentazione e lasciare morire Eluana un minuto dopo l'incidente? Non credo. E allora, se non sono subentrate novità dal punto di vista clinico, perché il mero trascorrere del tempo dovrebbe costitutire una ragione valida per giustificare un atto del genere? è evidente che sia il padre sia i giudici sono influenzati da ragioni di carattere esterno, non immanenti al caso in questione, che, di per sè non è cambiato di una virgola. Il puro e semplice "durare" di uno stato di per sé non ne altera i fattori. Può invece alterare i fattori "mentali" di chi osserva lo stato in questione. Però prendere questo a pretesto per una decisione che sentenzia la perdita della dignità umana per un individuo cui un minuto dopo l'incidente la si sarebbe riconosciuta, rappresenta una grave trasgressione intellettuale.

 
02/12/2008 - la posizione strettamente ideologica (Francesca Palazzo)

A me pare che la posizione del signor Englaro sia una posizione strettamente ideologica e la conferma che sia così viene proprio dalle parole usate durante il colloquio Bertoglio, il quale ha rilasciato questa interessantissima intervista. La condotta successiva di denuncia del signor Englaro verso l'ospedale di Lecco e la Regione Lombardia confermano questo giudizio. Mi pare evidente che l'inosservanza di un provvedimento dell'Autorità (art. 650 c.p.) interessi direttamente i destinatari del provvedimento medesimo e non semplicemente la generalità dei consociati che, in maniera indiretta, vengano interessati dal dispositivo della sentenza. In questa, infatti, non è previsto un obbligo per l'ospedale x di eseguire le disposizioni della sentenza ma solo una -peraltro- pericolosa e, umanamente (e non religiosamente!) parlando, discutibile autorizzazione all'interruzione dell'alimentazione di Eluana. E' condivisibile l'affermazione di Bertoglio secondo cui, stando alle statuizioni della sentenza, il signor Englaro potrebbe uccidere (di questo si tratta!) la propria figliola "purosangue" nel riserbo della propria casa, magari assistito dai propri familiari, anzichè in uno spazio "pubblico" come un ospedale. Ideologia, pericolosa ideologia, personale ideologia. Come vorrei che Eluana si svegliasse per un minuto e magari sorridesse a suo padre, mentre lui è nell'atto di decidere che è meglio che ella muoia...

 
02/12/2008 - com-passione, ma giudizio chiaro (Andrea Valle)

Beh quello che viene detto (le dichiarazioni riportate del padre) è una ennesima conferma del fatto che il padre, strettamente radicato in un pensiero ideologico, sta combattendo la "solita" battaglia sociale affinchè vengano riconosciuti i diritti di chicchessia, contro a quelli di tutti gli altri. In questo caso ad esempio non importerebbe nulla il bene attuale della figlia. E infatti non viene citato. Quello di cui si parla è quello che si DEVE fare ad un purosangue... (già l'aggettivo animalesco riferito ai miei figli mi darebbe almeno fastidio). Il padre in questo caso non è neanche lasciato da solo di fronte alla fatica di acudire la figlia, condizione per cui eventualmente lo si potrebbe comprendere. E' vero e proprio accanimento NON terapeutico. E infatti è disumano. Ho 3 figli e se volessi fare una cosa del genere, non cercherei certo la pubblicità, ma un buco al centro della terra con un infermiere, per adempiere a questo scempio, profondamente disperato. A.

 
02/12/2008 - Può un padre volere la morte del figlòio? (FabioMassimo Addarii)

La durezza della posizione del sig. Englaro non mi è facilmente comprensibile. Anche senza essere religiosi come si può ritenere che una morte atroce per disidratazione sia la cosa migliore per il proprio figlio? non è più semplice e umanamente comprensibile avendo, come nel caso, chi si prende cura della tua creatura senza essere tu obbligato ad assisterla personalmente e costantemente, lasciar fare alla natura? Non sarà che la volontà, così pervicacemente perseguita dal sig. Englaro, sia quella di voler imporre ad una società ancora saldamente legata ai valori morali e religiosi del Cristianesimo il concetto di eutanasia e di assoluta affermazione della propria personale volontà al di fuori di principi e valori etici condivisi dalla generalità del popolo?