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Cronaca

ELUANA/ Ventorino: quando dietro la parola “pietas” si nasconde il proprio egoismo

Secondo quanto dichiarato dal dottor Riccobon, a.d. della casa di cura di Udine che ospiterebbe la Englaro, la sospensione degli alimenti rappresenterebbe un atto di umanità. Tale atteggiamento è permeato di egoismo, paradigma della nostra società che concepisce la vita degna di essere vissuta solo se rientra in determinati parametri utilitaristici

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La Casa di cura “Città” di Udine ha confermato la disponibilità ad assistere Eluana Englaro nei suoi ultimi giorni di vita, «a patto però che la Regione Friuli Venezia Giulia si prenda la responsabilità di condividere questo percorso di pietas». È quanto ha dichiarato il dottor Claudio Riccobon, amministratore delegato della struttura sanitaria.

Gli animali si uccidono per pietà, per non farli soffrire quando la loro vita è definitivamente compromessa. Oggi si vorrebbe introdurre un principio che legittimi questa azione anche quando si tratti di un uomo o di una donna. Ma l’equazione non regge, perché l’animale ha una funzione di utilità, compiuta la quale, la sua esistenza non ha più ragione di essere; l’uomo, invece, è una persona, cioè un assoluto: la sua esistenza non è relativa a nessuno scopo che non sia la propria realizzazione. Non può darsi nessuna condizione nella quale la vita dell’uomo non sia più “utile”, perché essa è solo per se stessa. Il “caso Eluana” costringe, quindi, a interrogarsi sul valore della vita dell’uomo, su ciò in cui consiste la sua realizzazione.

A partire dalla esigenza profondamente inscritta nel cuore di ogni uomo bisogna rispondere che questa realizzazione consiste nella felicità. Ma qui insorge una domanda ancora più grave sulla natura della felicità e la possibilità del suo attuarsi. La felicità dell’uomo è assicurata forse dalla capacità che egli ha di stabilire relazioni e di disporre di se stesso? Ma, allora tutti gli uomini “sani” e liberi dovrebbero essere felici. La verità che, invece, si impone a noi nella sua evidenza è che nessuna cosa al mondo, nessun rapporto umano, è in grado di darci la felicità secondo la misura in cui il nostro cuore la desidera. Tanto meno ci rende felici la possibilità di fare quello che ci pare e piace.

Da qui si sono tratte da sempre due conclusioni. La prima: l’uomo è fatto male, perché è un desiderio irrealizzabile, una “passione inutile” come ha detto Jean-Paul Sartre; ma in questo caso la vita umana non ha più senso, neanche quando gode di ottima salute, e sarebbe sempre ragionevole sopprimerla, come lo stesso Sartre faceva dire ad uno dei suoi personaggi ne “Il Muro”. Ma c’è un’altra conclusione, più ragionevole. Il desiderio naturale non può essere vano e quindi esso è “promessa” di un compimento. L’esigenza più profonda del nostro cuore è esigenza di qualcosa che “ha da esserci”, come diceva il mio conterraneo Luigi Pirandello. Altrimenti “non mi spiegherei quest’ansia che mi tiene, e mi fa sospirar le stelle”. Questa promessa, che costituisce la grandezza della persona umana, esige da parte nostra, in qualunque istante o situazione della vita, uno “stare” davanti alla propria esistenza e a quella degli altri, che ha la Madonna come modello. Maria “stava” presso il suo Figlio Crocifisso come di fronte alla forma misteriosa del compiersi di un destino, che trascende inevitabilmente le possibilità che l’esistenza terrena può offrire e non è legato alle condizioni o “qualità di vita” che ci sono date.

La pietas da sempre è stata intesa dagli uomini come la capacità di stare di fronte a questo mistero, di condividerne il peso e di esplorarne il significato, come ci hanno dimostrato le suore misericordine che da anni accudiscono Eluana e che chiedono adesso che sia loro conservata, perché continui ad essere un forte richiamo al significato e al valore della loro personale esistenza e di quella di ogni uomo. La pietà, invece, come è intesa dalla struttura sanitaria che ha dato la sua disponibilità a uccidere Eluana, non è diversa da quella che uccide il feto malato o l’anziano inabile e insufficiente. Forse vuole essere una pietà verso se stessi, verso la propria incapacità di condivisione del dolore, e quindi la giustificazione della suprema forma del proprio egoismo.

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COMMENTI
07/01/2009 - Quale pietas? (galme ernesto)

La pietas è definibile come una qualità universale, in quanto occupa i principali campi del vivere umano: si tratta infatti di dovere e devozione verso gli dei, di amore ed affetto, tanto per i genitori ed i figli quanto per la patria e gli amici, e infine di personale clemenza, giustizia e senso del dovere. Sì amore per i figli e Peppino Englaro ha stradimostrato amore per sua figlia rispettando la scelta che quest'ultima fece in vita. Non c'è legge che può distruggere questo meraviglioso rapporto tra Peppino ed Eluana. Quando mesi orsono firmai una petizione a favore della scelta di Peppino di cessare definitivamente ogni tipo di somministrazione (scelta difficile ma rispettosa) non mi sono meravigliato più di tanto nel vedere alcuni sacerdoti che hanno sottoscritto questa petizione Eh sì, mi rendo conto che chi ha scritto questo rispettabile articolo appartiene alla casa di nostro signore ma è proprio per questo motivo che ho voluto sottolineare come la pietas cristiana non si manifesta dicendo ad altri cosa devono fare o non fare ma rispettando come fanno molti sacerdoti e suore la scelta d'amore di Peppino. Peppino non è come Enea che prova compassione anche per i soldati uccisi, Peppino non uccide nessuno Peppino accompagna definitivamente dopo 17 anni di calvario la sua Eluana in una dimensione a noi sconosciuta e a cui Peppino è libero di credere o no

 
04/01/2009 - pietas (francesco sferrazzo)

Sono un pediatra non ospedaliero e mi sono trovato più volte frontalmente con bambini gravemente disabili . Ho fatto e se capita continuerò a fare ciò che il mio desiderio naturale mi consiglia,aiutare a vivere. Questa semplicità nell’agire mi è stata chiarita dalla definizione di pietas fatta dall’autore a cui vanno i miei più profondi ringraziamenti.

 
26/12/2008 - Dove e chi insegna la pietà. (Costanzo Rossi)

La 1^ reazione all'articolo di Don Ventorino è di gratitudine: perché esistono persone come lui che ci insegnano, nel bailamme della vita il significato della PAROLA e sanno leggere l'animo umano. Quanto emerge dall'articolo è innanzitutto giudizio per me, mi costruisce, e per questo mi rende capace di ripeterlo e di affermarlo come IL GIUDIZIO. Grazie

 
22/12/2008 - brillante intervento (elisa viganò)

Grazie all'autore per questo acuto e commovente intervento, che illumina quella che, riflettevo proprio in questi giorni, è l'ultima frontiera della menzogna consapevole ma anche dell'equivoco di persone semplici: che sia "pietas" far morire volutamente un essere umano di fame e di sete. Devo dire che molti mi hanno stupita per la loro coscienza naturale che le cose stiano così, come una bottegaia della mia via che, contraria alla eliminazione di Eluana, osservava convinta: "Ma il nostro cervello, anzi,la nostra vita l'è proprio un bel mistero!"