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TESTIMONIANZA/ Clara, ex brigatista: come è cambiata la mia vita dopo 26 anni di carcere

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Non rammento più chi diceva che «coloro che hanno ricordi precisi di un’esperienza probabilmente non l’hanno vissuta». È terribilmente vero.


Così, quando mi è stato chiesto di esprimermi sul significato della rieducazione/risocializzazione all’interno del carcere, nel quale ho passato gli ultimi 26 anni della mia vita, ho avuto una specie di vuoto mentale.
Sono andata in Internet e ho scaricato un quantitativo non indifferente di articoli sull’argomento. Come se io non l’avessi attraversato.
Poi ho preso atto che l’esperienza della rieducazione/risocializzazione è dentro la mia pelle. Non c’è teoria. È tutta vita vissuta e come tale passibile di ricostruzione del tutto frammentaria e soggettiva. Provo tuttavia a raccontarla come testimonianza.


Sono entrata in carcere nell’82 per reati legati alla lotta armata.
Ho trascorso i primi 5 anni nel carcere speciale di Voghera dove l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario aveva sospeso (come oggi il 41 bis) qualsiasi trattamento rieducativo. Vigeva solo la punizione: 23 ore su 24 da sole in cella (eravamo 100 donne in questa struttura), un'ora di aria al giorno con le persone che la Direzione sceglieva, la riduzione al minimo di capi di vestiario (un cambio, una maglietta, un jeans, un cappotto), un solo libro, posta passata al vaglio della censura, colloqui con i vetri.
Il ricordo che mi è rimasto è il medico, come figura che raccoglieva il nostro disagio e la nostra solitudine; il cappellano, Don Giuseppe, che interrompeva con la messa le interminabili ore di isolamento; ed il metodo che usavamo per sentirci: ci si chinava sul bidè e ci si parlava nel buco dello scarico.
Ricordo anche che, un giorno, il dentista andò allarmato dal Direttore per comunicargli che il quantitativo di anestetico necessario per sedarci era il doppio di quello comunemente usato, il che equivaleva a dire che il nostro stress, rispetto alla media, aveva raggiunto una soglia preoccupante...
Per contro, questo durissimo regime carcerario rafforzava in noi la convinzione dell’esattezza della nostra analisi, trovandoci di fronte ad un esempio tanto violento quanto il nostro. Il modello di intervento nella realtà, da noi usato non veniva per nulla scalfito da questo modo di “fare” e di “essere”, incapace di mostrarci un’alternativa.


Poi fu la volta del carcere di Opera che copre i miei restanti 21 anni. Qui, pur rimanendo ancora vigente un regime di “sorveglianza speciale”, venne ripristinato l’ordinamento penitenziario. Ci fu concesso di gestire la biblioteca, di partecipare a corsi, di accedere alla commissione mensa che controllava la qualità del cibo che ci veniva cucinato, venne ripristinata la corrispondenza tra carcere e carcere dando nuovamente voce agli affetti da cui si era stati strappati al momento dell’arresto ed i colloqui ritornarono ad essere senza vetri dando la possibilità alle mani di stringersi...
Dunque una punizione attenuata che però non andava a modificarne il cuore: l’attenzione a noi, come esseri umani, era del tutto inesistente.
Tant’è che non dimenticherò mai una gentilezza che ricevetti in quel periodo. So che, per chi non è abituato alla deprivazione totale, questo sembrerà una banalità ma credo ci si debba soffermare un attimo di più, perché il senso della rieducazione/risocializzazione sta qui.


Da tempo desideravo una cassetta che, a detta del carcere, non era in commercio: si trattava di Butch Cassidy. Lo volevo rivedere e regalare ad un’altra compagna per la quale quel film aveva un particolare valore affettivo. Pier Felice, il volontario a cui lo chiesi, fece l’impossibile per trovarlo e 2 giorni dopo era tra le mie mani. Io dissi poco o niente ma in quel momento ritornai ad essere una persona. Un essere umano non solo punito e mortificato, ma anche valorizzato nei suoi desideri. Lui mi stava restituendo con quell’atto un’identità e dunque una dignità.
Fu una piccola luce in quel grigio totale di giorni sempre uguali, di gesti uguali, di abitudini, di “invisibilità”.
Poi, a seguito della richiesta di forme alternative alla carcerazione, previste dalla Legge Gozzini dopo aver raggiunto un certo numero di anni di pena (e per forme alternative si intende: permessi premio-possibilità di trascorrere qualche giorno a casa per riallacciare i fili dei propri affetti; articolo 21-scontare la pena uscendo al mattino dal carcere, lavorare fuori, rientrare non appena finito l’orario; semilibertà-scontare la pena recandosi al lavoro ma, con la concessione oltre a questo di avere qualche ora per sé alla sera nonché al sabato e alla domenica), i riflettori si accesero sulla mia “personalità”.
Raramente negli anni precedenti si era visto qualche educatore, psicologo, assistente sociale... eravamo un fascicolo lasciato lì ad occupare spazio in un armadio; tutto ad un tratto, venni convocata... tutti mi vollero vedere perché dovevano fare una relazione sul mio grado di rieducazione/risocializzazione: ma prima dov’erano?
Prima dovevo solo essere contenuta, tutt’al più in po’ occupata per non farmi impazzire dalla noia, ma la mia individualità non importava a nessuno... me la coltivavo io... quando riuscivo... quando magari l’arrivo della posta mi risollevava un po’ l’animo. O magari quando avevo fatto un bel sogno... quasi reale.
Di tutto questo lavoro completamente mio, silenzioso ed imperfetto come ogni analisi fatta in solitudine ora mi veniva chiesto conto ed io sentivo che non solo ero stata lasciata lì per anni, senza che uno sguardo si posasse su di me, ma, ora che si posava per l’attimo previsto dalla Legge, aveva la presunzione di valutare un percorso umano, il mio, verso cui non aveva avuto nessun tipo di curiosità, nessuno slancio di interazione.


I riflettori non durarono molto. Il tempo di tradursi in una serie di valutazioni cartacee che entrarono a far parte di un fascicolo sul tavolo del Magistrato di Sorveglianza. Se andava bene mi veniva concesso il beneficio, diversamente venivo “rigettata” e tornavo un po’ più depressa alla vita di sempre basandomi sempre e solo sulle mie capacità di “far fronte a”...
Mi andò bene. Dopo 11 anni di carcere mi fu concesso di poter sostituire la detenzione “intra” muraria con quella “extra” muraria. Cominciai a lavorare nuovamente nella società e fu l’ennesima solitudine. Mi arrangiai nella vita pratica e trovai persone che mi aiutarono da questo punto di vista, ma la mia “inesistenza” come essere umano continuò. I controlli delle autorità competenti (polizia, carabinieri, polizia penitenziaria) sul posto di lavoro furono l’esemplificazione del “nessuno” che ero: fatti in divisa, nella completa incuranza della situazione, di per sé già così delicata e fragile nei rapporti con le altre persone poiché non tutti sapevano di me, della mia storia. Per l’équipe trattamentale (assistenti sociali, psicologi, educatori) continuai ad essere un fascicolo da aprirsi e chiudersi esclusivamente quando vi era qualche richiesta diversa di forma alternativa (per esempio dopo l’articolo 21 richiesi la semilibertà). Mai prese forma questa semplice domanda: “Scusi, ma Lei come sta?”.


Sono stati questi ultimi anni ad aprire davanti e dentro di me i primi squarci di una vera risocializzazione. Come ultima tappa della mia carcerazione ho richiesto il beneficio della liberazione condizionale che prevede la scarcerazione e la libertà vigilata per 5 anni. Dopo di che la pena si dichiara estinta.
Stessa procedura di accensione dei riflettori delle altre volte ma con una variabile che ha prodotto il cambiamento: lo sguardo dell’Autorità si è posato su di me come persona in carne ed ossa non come fascicolo.


Ed il fine ultimo non é stato solo un giudizio, ma l’affiancarsi in un percorso di maturazione e conoscenza che mi ha resa più ricca e più consapevole.
È stato un esempio di Potere non autoreferenziale, che non si nutre di se stesso ma é responsabile dell’umanità dolente che gli è stata affidata e che considera nella sua complessità di vita non soltanto nell’episodio criminoso a cui la pena l’ha inchiodata.
Un esempio che costituisce un insegnamento per chi ha avuto un comportamento delittuoso, per chi, per i motivi più disparati, ad un certo punto della sua vita non ha più tenuto conto delle ragioni dell’”Altro”.
Si “ritorna” alla convivenza civile quando si condivide nuovamente uno stesso linguaggio. E per dirla con il Prof Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’Università Cattolica di Milano: «la società civile fa davvero prevenzione nella misura in cui mantiene alto il consenso dei cittadini alla norma morale “Una prevenzione efficace e stabile non dipende dal timore, ma dal consenso”».
Questa è la mia esperienza di risocializzazione che si è data nel suo vero e profondo significato quando ha incontrato una presenza viva e attenta che non ha giustificato il reato, anzi, ma non mi ha identificata con esso. Mi ha dato cioé la possibilità di continuare a mettermi alla prova, pur nella coscienza di una responsabilità che accompagnerà il resto della la mia vita.
Da una “assenza umana totale” sono tornata ad avere una “dignità di esistenza”... e tutto grazie ad uno sguardo...

(Aere Clara)



© Riproduzione Riservata.
 

COMMENTI
29/05/2008 - esperienza di vita (alba mazzone)

Carissima Clara, mi ha colpito molto quello che hai scritto, la fatica quotidiana e alla fine quello sguardo che ti ha ridato la tua dignità. Sono d'accordo con quello che ti scrive Silvia. Ti sono vicina con la preghiera e spero che tu ti possa riprendere presto. Un grosso abbraccio Alba

 
29/05/2008 - esperienze di vita (silvia colombo)

gentilissima signora Aere Clara, mi ha molto colpito la sua testimonianza soprattutto nella parte iniziale quando ha raccontato di non avere alcun ricordo di quanto aveva vissuto in questi 26 anni di carcere. Anche a me capita la stessa cosa. Infatti pur vivendo una situazione completamente diversa dalla sua (sono moglie, madre di 4 figli e conduco una vita per così dire "normale") se dovessi raccontare cosa significa e cosa ha significato per me questa esperienza, così a "botta calda" non saprei da che parte incominciare. Questo credo dipenda dal fatto che quando si vive veramente una esperienza, da un lato questa diventa talmente sovrabbondante da non poterla contenere, dall'altro (credo sia d'accordo perchè lo si intuiva tra le righe) ci si rende conto nella vita è la reltà stessa che ci conduce e uno non fa quasi niente se non aderire e poi un bel giorno si volta e pensa "come ho fatto a fare tutto questo?" So solo che l'adesione alla realtà così come è, è la risposta al nostro destino e incontrare uno sguardo veramente umano è ciò che salva ogni uomo indipendentemente dalla condizione in cui si trova ed infine che se uno resiste nelle difficoltà senza impazzire, ma ricominciando ogni giorno è solo perchè in qualche modo c'è nella nostra vita un intervento divino anche se noi non ce ne rendiamo conto. Mi piacerebbe incontrarla perchè penso che abbiamo molte cose in comune, più di quanto possa apparire ma non so come fare, in ogni modo l'abbraccio con affetto. silvia