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TIME/ Il caso delle 17 liceali di Gloucester

Pubblicazione:mercoledì 2 luglio 2008

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Diciassette ragazze hanno mostrato contemporaneamente e orgogliosamente di essere incinte, senza rivelare chi siano i padri, accomunate da un sorta di patto o da una sfida; mentre molte altre non fanno mistero della loro delusione quando al test di gravidanza non risultano “in attesa”. Nessuna di loro ha più di sedici anni.

Questo strano il fenomeno delle teenagers americane è tutto un paradosso, che ci interroga… Oggi è trasgressivo chi viola l’ordine di violare! E’ trasgressivo chi si riappropria del proprio corpo, dei propri ritmi, della propria femminilità, della propria capacità di amare un figlio, della propria voglia di farne tanti.

Cosa vuol dire “riappropriarsi del proprio corpo”? Sappiamo bene che l’età in cui il corpo femminile è più fecondo è tra i 18 e i 25 anni, ma oggi tutto congiura a far fare i figli dopo i 30. Sappiamo che il compimento della nostra umanità risiede nell’essere aperti alla vita, e qualche moderno guru ci dice che il primo e supremo diritto della donna è abortire. Non impariamo niente né dalla scuola né dai giornali delle meravigliose scoperte sulle capacità del bambino prima di nascere, sui rischi che corre il nostro set riproduttivo con alcol, droga e tabacco, ma l’unico dogma dell’educazione sessuale è come usare un preservativo.

Era dunque ovvio che qualcosa si rompesse, che una ribellione da qualche parte iniziasse: il corpo della donna da  luogo esoterico e misterioso è stato ridotto sulla pelle delle donne a giocattolo, il figlio è stato ridotto a “diritto”, il matrimonio ridotto a sceneggiata e orpello. "Basta!" Hanno gridato le ragazze americane. E l’hanno gridato in modo incosciente e disinibito, proprio come le loro nonne gridavano “make love, not war” 60 anni prima. L’hanno gridato e come tutte le cose gridate dimentica qualcosa, per esempio il futuro di questi bambini, oggi simbolo di una ribellione, domani –forse- piccoli orfani di un padre assente, anonimo, indicibile. Dimentica l’importanza della figura maschile come della femminile in un processo di crescita di un bimbo: una famiglia non può essere una cooperativa! Dunque, una reazione scomposta, irrazionale, che merita comunque un’analisi seria e responsabile.

Ma che dire delle reazioni dei nostri benpensanti, legati agli schemi vetusti di una religione della trasgressione che negli anni si è trasformata in religione dell’autodeterminazione e dell’indipendenza? Vesti stracciate perché oggi un figlio non nato secondo i canoni di questa religione laica si abortisce, perché dovevano essere distribuiti preservativi (i nuovi amuleti del 2000), perché i genitori dovevano impedirlo… esattamente il tipo di reazione che questi sacerdoti laici sembravano condannare sessanta anni fa, quando i canoni morali erano diversi. Insomma: hanno saputo creare una religione fondata sulla fuga, e sulla censura non di regole morali, ma della ragione, intesa come attenzione a tutti, davvero tutti i fattori della realtà, della psiche, ma anche del corpo.

Già, il corpo ha delle regole, una sua ecologia che deve essere riconosciuta, ma chi insegna questo? Come sarebbe importante che nei banchi di scuola si iniziasse l’apprendimento della propria natura umana, delle misteriose radici della vita sin da quando essa è presente nell’utero materno: tutta la sua fragilità, i rischi che corre se la mamma vive in un ambiente inquinato, rumoroso, frenetico; ma la bellezza dello sviluppo del piccolo cuore già presente e pulsante nell’embrione, l’apparire del primo sorriso nel pancione, il singhiozzo e il pianto prima della nascita; la memoria delle esperienze fatte là ci segnerà per tutta la vita… e nessuno ce lo racconta! Così come tutto congiura a fare della gravidanza un optional da “comprare” quando “siamo pronti”, rapinandola all’età più fresca e forte della vita, per relegarla, solitaria, ad un’epoca più vicina alla menopausa che alla giovinezza.

Le ragazze americane legate in questo patto hanno sbagliato, perché sono cadute nello stesso errore cui si ribellavano: hanno pensato che un figlio fosse un simbolo: simbolo di una rivolta per loro, simbolo di benessere per i loro “vecchi”. Non è così: un figlio è un figlio e basta: è una persona, e chi è davvero rivoluzionario sa che capire questo cambia il mondo, capire, cioè, che la verità va oltre ciò che si vede e oltre ciò che ci passa il “sistema”. Non a caso Bob Dylan scriveva: “Quante strade deve percorrere un uomo / prima che lo chiamiate uomo?"



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