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ESEMPIO/ Pars, quell’opera nata dall’esperienza personale di perdono e accoglienza di Josè

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La Cooperativa Sociale PARS Onlus (realtà che si occupa del recupero di persone affette da dipendenza soprattutto dalla droga) in collaborazione con ACUPIDA (Associazione Italiana per la cura delle dipendenze patologiche) ha organizzato l'annuale festa PARS dal 4 al 6 luglio presso il Villaggio San Michele Arcangelo di Corridonia (MC). Di particolare interesse la giornata di sabato, con il seminario “Per una libertà dalla droga. La base sicura. Principi clinici per la cura delle dipendenze patologiche” per riflettere sulla situazione dei consumi di droga e dare delle risposte alle patologie che ne derivano. Presenti all’incontro vari rappresentanti dei servizi pubblici e del privato sociale che si occupano del problema della droga e saranno presenti l’Assessore alla Sanità della Regione Marche Almerino Mezzolani e il Sen. Carlo Giovanardi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega sul tema della droga.
A Josè Berdini, fondatore della cooperativa, ilsussidiario.net ha rivolto alcune domande per capire a fondo l’importanza e le caratteristiche di questa realtà. 

La prima cosa che volevo chiederle è quella di raccontarci qual è il nucleo essenziale, la caratteristica della vostra realtà e del metodo con cui impostate il lavoro di recupero delle persone che accogliete. 

La cooperativa PARS (Prevenzione Assitenza di Riferimento Sociale) nasce dall'imput che Don Gelmini diede a me personalmente, dopo che ero stato nella sua comunità negli anni '80. Una volta uscito, dopo un po’ di tempo Gelmini mi ricontattò, perché aveva saputo del mio incontro con il movimento di Comunione e Liberazione. Allora mi disse – testuali parole – che potevamo e dovevamo accogliere le persone che uscivano dalla sua esperienza perché il movimento di CL era «capace di dare un clima vitale».
Da qui è partita, negli ’90, quest’opera, che oggi conta la gestione di tre centri residenziali per persone con problemi di tossicodipendenza e con “doppia diagnosi”, persone cioè che abusano di sostanze di tutti i tipi (dall'alcool alle pastiglie, al cibo, alle droghe soprattutto) e nel contempo presentano una patologia psichiatrica. Il grosso della nostra utenza – abbiamo stabilmente un'ottantina di pazienti in forma residenziale – viene inviata sia dai SerT (preposti alla cura di chi si droga), sia dai servizi psichiatrici. La Regione Marche ha riconosciuto come unico ente capace di assolvere questo compito la nostra cooperativa, che nel panorama generale è relativamente giovane, essendo nata nel ’90. 

Quindi siete una già accreditata. 

Sì, accreditata dal sistema sanitario. La caratteristica del lavoro che svolgiamo è questa: la questione educativa, che è il sistema portante per i ragazzi che trascorrono da noi giornate intere almeno per due anni, si coniuga e si fonde in maniera equilibrata sia con la psicoterapia individuale e di gruppo, sia soprattutto con la psicofarmacologia. Abbiamo educatori professionali, psicologi, psicoterapeuti e medici psichiatrici. E questa cosa, prima di essere riconosciuta dal servizio pubblico, è stata un'esigenza di sopravvivenza, perché nei primi anni ’90, quando abbiamo mosso i primi passi, ci siamo dovuti misurare per entrare nel “mercato”  con gli utenti delle grandi comunità, e ci siamo dovuti misurare con le persone che non venivano accettate, che allora erano solo una minoranza. 

Ma non venivano accettate per quale motivo? 

Perché nessuno ne aveva la capacità. Le comunità negli anni ’90 erano autogestite, e nel migliore dei casi c'era solo pochi psicologi, che comunque erano immaginati come un addentellato. In genere educatori, psicologi e psicoterapeutici e medici lavorano per compartimenti stagni, non c'è un’interazione e uno sguardo d’insieme. Noi fin dall'inizio ci siamo misurati con questa esigenza, di rispondere sia al problema della tossicodipendenza sia al problema psichiatrico; allora era un'esigenza minima, mentre oggi riguarda  l'80% dell'utenza. Basta vedere quello che passa in tv: l'afflusso delle nuove droghe, e della combinazione delle nuove droghe, in primis cocaina, pastiglie e via dicendo, rendono i giovani e i meno giovani immediatamente afferenti al mondo della psichiatria. 

Parlando proprio di consumo di droghe e del problema sociale annesso, c'è anche evidentemente un risvolto politico. Qual è il suo giudizio sulla situazione attuale, cioè su quello che promette di fare il governo, e su quello che è accaduto negli ultimi governi riguardo al problema della lotta alla droga? 

L'ultimo periodo del governo Prodi ha visto il rilancio da parte del ministro Turco dell’idea che le droghe leggere sono poco pericolose, la qual cosa è stata bocciata di fatto. Nel contempo si è data la possibilità di prendere dai servizi pubblici farmaci sostitutivi delle morfine e metadone in maniera massiccia, portandoseli a casa. Questo ha creato, o di fatto ha aumentato, un “mercato parallelo” di quelle che noi definiamo “droghe pubbliche”.
Debbo dire che anche nel governo precedente – io ho tra l’altro fatto parte anche della consulta dell’ultimo governo Berlusconi – ci fu una contrapposizione un po’ approssimativa alla distribuzione dei farmaci da parte dei SerT. Questo portò a un abbandono delle piccole realtà che operano sul territorio e nei piccoli paesi.
La speranza che noi abbiamo è che questo governo dia credito alle piccole esperienze come le nostre, dando loro rappresentanza dentro le commissioni scientifiche che si andranno a formare. La gente che vive questo tragico problema, famiglie e drogati, hanno bisogno di essere guardati in maniera unitaria. È necessario che il pubblico e il privato, che sono le due esperienze accreditate sul territorio, vengano guardati con questo obiettivo. 

Quindi anche in questo caso possiamo dire più che avere un progetto sulla questione droga, il punto è valorizzare le realtà già attive sul territorio, secondo il principio di sussidiarietà.

Sì, questo è il punto. Quello che vogliamo inoltre dire è che valorizzare queste realtà permette allo Stato di risparmiare. Gli ingressi in comunità andrebbero pensati insieme, e nel contempo tutti i piccoli problemi relativi alle idee sulla droga vanno messi in soffitta. Non serve più fare la guerra ideologica, ma bisogna parlarne in maniera oggettiva.



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