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ROM/ 1. La testimonianza: ecco come le impronte salvano i bimbi che vivono nei campi nomadi

Simona Carobene, che da dieci anni lavora, per l'Ong AVSI, con i rom in un villaggio vicino a Bucarest, in questa lettera a ilsussidiario.net spiega le sue ragione per cui «pur essendo assolutamente certa di non essere razzista, pur essendo ancor più certa di essere cattolica» può anche dire «di essere d’accordo con il Ministro Maroni». Il problema è che, al di là delle ideologie, è necessario, proprio per salvare i bambini da situazioni disumane, creare anche un sistema di controllo

rom bambini_FN1.jpg (Foto)

Caro direttore,
lavoro con i rom da dieci anni in un villaggio vicino a Bucarest, e pur essendo assolutamente certa di non essere razzista, pur essendo ancor più certa di essere cattolica, posso anche dire di essere d’accordo con il Ministro Maroni e vi racconto perché:

Il 31 maggio 1998 andai per la prima volta in Romania e lo feci per lavorare ad un progetto in favore di bambini sieropositivi abbandonati.
AVSI, la ONG italiana con cui lavoravo allora – e lavoro ancora oggi –, era presente nel Paese già dal 1994, da quando cioè chi mi ha preceduto aveva incontrato la realtà di questi bambini abbandonati e dopo aver sviluppato progetti sanitari, riabilitativi, e di formazione aveva dato il via a nuovi progetti nella sfera educativa e sociale. All’epoca la Romania era il Paese europeo con il più elevato numero di bambini affetti da Hiv-Aids, una infezione che non derivava dalla trasmissione materno-fetale, come succede normalmente nei paesi africani, ma prevalentemente dall’utilizzo di emoderivati infetti somministrati a bambini abbandonati negli orfanotrofi alla fine degli anni ’80.
Un fenomeno frutto dell’abbandono e dell’incuria, venuto alla luce soltanto all’indomani della caduta del regime. La realtà era drammatica: almeno 11 mila bambini erano risultati infetti.
Si era capito che questi bambini avevano bisogno non solo di cure, non solo di strutture belle, ma soprattutto di qualcuno che volesse loro bene e che li chiamasse per nome. E cosi si avviò il progetto che aveva come obiettivo quello di cercare le famiglie di origine di questi bambini per vedere se era possibile un loro ritorno a casa. La prima difficoltà con cui ci imbattemmo, sinceramente, da italiana, non l’avrei mai potuta immaginare: mi scontrai con il fatto che molti bambini non avevano una storia, non si sapeva da dove venissero, da che villaggio o città, quando erano nati, anche perché alcuni di loro non avevano nemmeno i documenti di identità.
Ricordo ancora con commozione quando, dopo mesi e mesi di ricerca, che fino ad allora mai era stata fatta, arrivammo a incontrare la mamma di G. e scoprimmo che la signora pensava che nove anni prima sua figlia fosse morta. La bimba, nata prematura, era stata trattenuta in ospedale per un certo periodo e la mamma, donna semplice, che viveva in un villaggio rurale e con pochi mezzi di sussistenza, non riusciva tutti i giorni ad andare a trovare la figlia nell’ospedale in città, e quindi i medici le avevano detto che l’avrebbero chiamata non appena la figlia si fosse rimessa in salute. Da allora, per nove anni, nessuna notizia!
Certo la signora a un certo punto, visto che non riceveva notizie, era andata in ospedale a cercarla ma a quel punto le avevano fatto capire che la bambina non c’era più (in effetti era vero: “non c’era più” nel senso che era stata trasferita in un altro ospedale perché aveva contratto il virus HIV+ a causa di manovre nosocomiali sbagliate, e non per trasmissione da madre a figlia). Immaginatevi quale commozione, dopo nove anni, quando andammo a bussare alla porta di questa signora dicendole che sua figlia era viva, e ancor di più quando per la prima volta il giorno seguente figlia e mamma si abbracciarono per la prima volta nella loro vita!  

Sempre nel ’98, oltre ai bimbi istituzionalizzati che vivevano in questi orfanotrofi, incontrammo anche alcuni bambini sieropositivi che venivano a curarsi in uno degli ospedali di Bucarest ma che vivevano nelle loro famiglie, e vedemmo che molti tra questi provenivano da un unico villaggio abitato da rom.
La prima volta che entrammo in questo villaggio, novembre 1998, incontrammo una realtà in cui vivevano quasi 3.000 persone in condizioni inimmaginabili: case di terra e fango, senza servizi, senza acqua corrente; bambini senza scarpe che tranquillamente camminavano nel fango; uomini seduti sulle panchine che ci guardavano increduli perché non capitava spesso di vedere delle macchine in questo villaggio.
Diciamo la verità: non era accaduto spesso che qualcuno fosse andato a trovarli, a casa loro, non certo con l’intento di ledere chissà quale diritto, ma con il desiderio di incontrarli, di conoscerli e capire il loro bisogno.
E infatti, quando iniziammo a visitare i bambini sieropositivi che avevamo conosciuto, le loro mamme ci dissero che ce ne erano altri e altri ancora, e cosi arrivammo a conoscerne 22 e scoprimmo che alcuni di loro non si curavano. O meglio scoprimmo che tra di loro alcuni si curavano regolarmente, recandosi in ospedale periodicamente, mentre altri, attratti da “cure miracolose”, si fidavano di esperti guaritori che non solo non guarivano, ma spillavano loro un sacco di soldi. Anche in questo caso, nessuno, nessuno, era mai andato a trovarli. Nessuno, operatore sociale, medico o educatore, era andato in questo villaggio rom a incontrare i bambini e le loro famiglie, nessuno aveva chiesto loro “come stai?” “dove ti curi?”, “ma sai che se dici che sei sieropositivo puoi ricevere un sussidio statale?”.
Uno dei primi lavori che feci, mi ricordo ancora oggi, e lo dico ad alta voce, fu quello di “schedare” questi bambini: facemmo loro una “ancheta sociale” (che tradotto in italiano vuol dire “inchiesta”, e non so se questo termine suoni più o meno forte di “impronta”), che non solo fu molto utile per noi per conoscere i bambini, ma fu importante anche per le loro famiglie perché fu il modo più rapido per fargli avere cure adeguate e per ottenere i diritti di cui potevano beneficiare.  

Insomma, quello che io ho imparato in questi anni, è che il punto non è l’inchiesta, il punto non è l’impronta! Quello che a me interessa è quello che ho imparato da don Giussani e che ancora oggi nel mio lavoro sto imparando: “Le “leggi” e le “giustizie” possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero di sostituire l’unico “concreto” che ci sia: la persona, e l’amore alla persona.  

Quello che dobbiamo guardare, quello che vale, è l’incontro con la persona che ha un volto, una storia e con cui ognuno di noi può entrare in rapporto. È così che si cambia. E la strada che io conosco è solo una: l’educazione. Ovvero un rapporto tra persone che facendoti conoscere e appassionare alla realtà possono indicare un senso e una speranza alla tua vita. Come ci hanno testimoniato molto recentemente G. e C., entrambi sieropositivi, che si sono sposati e che hanno avuto pochi mesi fa una bambina sana perché la mamma (che conoscemmo appunto dieci anni fa e che da allora ha fatto un cammino insieme a noi) ha seguito la terapia materno-fetale. 

In questi anni abbiamo incontrato tanti altri bambini, ognuno con il suo nome, ognuno con la sua storia. Oggi in questo villaggio rom sosteniamo 980 minori in tutto il percorso scolastico, a partire dalla scuola materna fino al liceo, e addirittura qualcuno ha iniziato l’università. 

Le “leggi e le giustizie” siamo noi che le applichiamo, e vi assicuro, possiamo farlo bene.

 
Simona Carobene
Bucarest
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