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Liberi dietro le sbarre: la storia di Dario e Alvarez

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Due uomini diversi per aspetto e provenienza, uno nato in Italia quasi 42 anni fa, l'altro di Santo Domingo. Il primo Dario Fortini, corpulento, massiccio, sembra quasi che i 21 anni scontati finora in prigione, per le numerose rapine compiute ai danni di istituti di credito, lo abbiano invigorito. Dai suoi occhi profondi non trapela minimamente alcuna sofferenza per la sua condizione, sebbene egli non ne neghi la durezza.

Il dominicano Wellington Alvarez Hernandez è invece piccolo, magro e svelto nei movimenti. Uno sguardo vivace che scruta ogni cosa che lo circonda. Nessuno, conoscendolo oggi, potrebbe pensare che molti anni fa uccise una persona, motivo per il quale si trova in carcere dal 1996.

Entrambi testimoniano la stessa esperienza: hanno incontrato persone, delle cooperative sociali Giotto e Homo Faber, che non solo non li considerano alla stregua di reietti della società, ma che hanno offerto loro un lavoro e, di conseguenza, la possibilità di ricominciare una nuova vita, totalmente diversa dalla precedente.


 

Dario e Alvarez, state partecipando a un evento il cui titolo è “o protagonisti o nessuno”. Spesso il carcere viene considerato come il luogo in cui si rinchiude peccato e peccatore senza volerne più sentir parlare. Che cosa significa per voi essere protagonisti nella vostra esperienza di detenuti?


 

Dario: Penso che il titolo “o protagonisti o nessuno” sia molto azzeccato, non solo per me, ma per tutti gli uomini. Il senso di questo titolo, a mio modo di vedere, non indica il protagonismo come quello dei divi del cinema o dei calciatori. L'umanità di ognuno infatti è degna di considerazione, deve essere presa a cuore. Una delle cose più sorprendenti che possa accadere è scoprirsi protagonisti quando si impara a propria volta a prendere in seria considerazione l'umanità delle altre persone.


 

Alvarez: A me il tema piace particolarmente perché la parola “protagonista” coincide perfettamente con ciò che mi sento di essere in questo periodo della mia vita. Quando affermo che non ho mai lavorato in vita mia, non lo faccio per scherzo, è la pura verità. E da un po' di tempo a questa parte mi trovo per la prima volta in una condizione diversa. Iniziare a lavorare e a vedere i frutti del mio operato mi ha come redento interiormente. Perché fondamentale per il proprio cambiamento non è soltanto l'ammettere i propri sbagli, ma contribuire a cambiare il mondo dalle piccole cose, come il mio lavoro. Vorrei che tutte le persone che si trovano nella mia condizione possano sentirsi protagoniste in questo senso, mi piacerebbe condividere con loro quanto sta accadendo a me.


 

Che cosa è cambiato concretamente nella vostra vita quando avete iniziato a lavorare in carcere?


 

D.: L'elemento più concreto del mio cambiamento è stato il fattore umano, le persone che ho incontrato. Il riscontro del proprio cambiamento interiore si scopre quando si inizia a considerare il lavoro come quel fattore che ti permette di guardare avanti, di non rassegnarti alla tua condizione. Ma perché questa considerazione nasca sono fondamentali le persone con cui si lavora. Nel mio caso si tratta di amici coi quali è nato un rapporto che va al di là della pura relazione dipendente-capo. Loro ci mettono di più, ci mettono il cuore. Per la prima volta ho sentito su di me uno sguardo di persone che mi volevano bene, che sono vere con me. Uniscono il lavoro a un'amicizia che è autentica. Io sono un grafico e ho lavorato per tanti anni in varie prigioni sotto differenti datori, questa è la prima volta che lavoro con amici.


 

A.: Sono in perfetta sintonia con quanto afferma Dario. Su questo aggiungo una cosa che sono sicuro riguardi anche la sua esperienza. Dove lavoro io il fattore principale risiede nella capacità di formare gruppo, se non hai la compagnia non vai da nessuna parte, nemmeno da un punto di vista meramente professionale. Per una persona come me, che non ha mai fatto parte di un gruppo, che non è mai appartenuta ad alcuna compagnia, vedere ogni giorno tutte insieme le stesse persone che ti stanno al fianco dà un'enorme senso di pienezza al vivere quotidiano. Me ne sono accorto la prima volta quando ho notato che un mio amico è stato assente per qualche giorno dal lavoro. È stata la sua mancanza a rendermi chiaro il ruolo del nostro stare insieme.


 

Come avete cominciato a prendere in considerazione l'idea di lavorare in carcere?


 

D.: Per me si è trattato di un percorso tutt'altro che facile. Ho iniziato a iscrivermi presso dei corsi di grafica che si tengono in carcere. Sia ben chiaro che per molti di noi c'è tutto un percorso di studi da fare, non vieni certo assunto subito. E poi sono passati 5 mesi prima di arrivare ad avere un contratto vero e proprio. Sono arrivato a Como nel 2006, mentre molti dei miei compagni uscivano con l'indulto, e là ho incontrato la cooperativa Homo Faber.


 

A.: Io invece avevo studiato ragioneria prima del carcere. In un primo momento mi ha spinto il bisogno economico, perché la mia famiglia non aveva la possibilità di venirmi a trovare spesso da Santo Domingo e io avevo una grandissima voglia di vedere i miei cari. Poi cominciando a lavorare in cooperativa ho visto crescere in me, col passare del tempo, una passione che va al di là del solo guadagno.


 

Si può dire che il “metodo” lavorativo incontrato con le cooperative ha cambiato il vostro modo di concepire il mondo e le persone?


 

D.:Assolutamente sì! Dall'amministrazione penitenziaria mi vennero offerti diversi lavori, alcuni anche molto buoni, con una maggiore retribuzione rispetto a quella che percepisco attualmente. Però mi interessava di più proseguire con queste persone che non mi hanno mai deluso. Ma, sia chiaro, il punto fondamentale non risiede nel fatto che in un certo senso mi abbiano “portato fuori”, bensì nell'amicizia venutasi a instaurare con loro.


 

A.: La rivoluzione è consistita nella presa di coscienza, da parte mia, delle conseguenze del mio operato nel mondo. Ora io faccio l'artigiano il che significa che qualche persona utilizza quanto io produco. Il valore che do a un oggetto non è più investito da una sorta di istinto criminoso a possederlo, ma è invece significativo di un'utilità per le persone. Questo inevitabilmente ha cambiato il mio rapporto anche con gli uomini. L'altro giorno, qui al Meeting, sono passato, come ho raccontato a un mio caro amico, presso lo stand della Morellato e là ho visto coi miei occhi i prodotti che faccio. Per la prima volta mi sono sentito davvero soddisfatto, mi sono detto: “il mio lavoro serve a qualcosa”.

 

Guarda il video della mostra "Libertà va cercando ch'è si cara" nella Web Tv de ilsussidiario.net



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