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Cronaca

Castel Volturno: una strage dimostrativa sì, ma di debolezza

Sull'esempio di don Peppe Diana, occorre opporsi all'illegalità e alla criminalità diffuse in Campania. Per ricostruire una società devastata dalla camorra non è necessario soltanto l'uso dell'esercito, ma un'opposizione amorevole alla ferocia

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Fra i miei ricordi indelebili c’è un reportage, che mi costò una brutta levataccia: credo fosse l’estate del 1992, mi avevano parlato del “mercato delle braccia” che si teneva intorno alle 5 del mattino alla rotonda di Castel Volturno. Era un’altra estate calda, fatta già allora di scontri e di morti, volli andare a vedere. Vidi scene che mai avrei potuto immaginare. A notte fonda tutte le strade della zona erano già un brulicare come fosse pieno giorno, macchine sgangherate con targhe improbabili, furgoni con uomini ammassati diretti ai campi della zona, per la raccolta dei pomodori. Reclutati a giornata, a gruppi, da caporali senza scrupoli. In attesa, nelle strade laterali ognuno pregava il suo dio, ma non c’era tempo da perdere, i primi bagliori dell’alba già potevano significare che la giornata era andata, che nessuno era venuto a reclutarti, per le 20-30mila di allora, o i 20-30 euro di oggi. Non credo che le scene oggi siano cambiate.

Viene allora da chiedersi: perché lì, perché tanti? La risposta è semplice, perché la ferrea regola del mercato individua lì una grande domanda di manodopera nei campi e una grande possibilità di reclutarla in maniera illegale. Non è forse lì che si sono versati per anni, impunemente, rifiuti tossici provenienti da tutta Italia perché tanto nessuno controlla? Non è forse lì che un prete come don Peppe Diana, che ha provato ad opporsi a quell’andazzo, è stato assassinato nella canonica? Una terra che non conosce leggi e norme urbanistiche, dove l’idea del bene comune viene coltivata solo da sparute minoranze animate da impegno religioso o politico. Dove le stesse, eccezionali, risorse del territorio vengono rovinate dalla mano dell’uomo, vedi persino le impareggiabili qualità organolettiche della mozzarella di bufala minacciate dalla diossina, e l’antica vocazione turistica del litorale che deve fare i conti con inquinamento, abusivismo e una prostituzione praticata no-stop lungo tutta la statale Domiziana.

Chi ha ragione, allora fra i ministri Maroni e La Russa, è in atto una guerra contro lo Stato o fra bande? Nonostante la simpatia mi porterebbe istintivamente a dare ragione al primo è difficile, oggi, ipotizzare una guerra contro lo Stato in una terra in cui la malavita ha vinto da tempo. Certo, ci sono stati arresti. Certo, il popolare capo dei capi Francesco Schiavone, detto “Sandokan” è in carcere, spunta anche qualche pentito, ma i boss in carcere o ai domiciliari ancora comandano se una terra siffatta è ancora strutturalmente organizzata per rispondere alle regole dell’illegalità e del crimine e non a quelle della legge e del bene comune.

Sono anch’io dell’avviso che quella di Castel Volturno sia stata una strage dimostrativa, in uno dei tanti ritrovi simbolo degli extracomunitari. Per avvertire i capi degli immigrati che non si mettessero in testa di approfittare di un momento di sbandamento della camorra locale, ma si tratta anche di una manifestazione clamorosa per avvertire tutti che chi comanda da sempre nella zona non ha intenzione di piegarsi.

La follia ostentata è un grosso deterrente con il quale la criminalità cerca di affermarsi, laddove non ci sono garanzie per la popolazione inerme: chi vuoi, pensano loro, potrà avere il coraggio di opporsi a gente con la testa che funziona così così, dal grilletto facile. Ma certo una strage del genere è un segnale di debolezza, di difficoltà, in tempi di prosperità del crimine non ce n’è bisogno. In questo senso l’arrivo in zona dell’esercito è un deterrente importante, una cornice dentro la quale risorse positive avranno più garanzie per farsi avanti, per proporsi o per non scoraggiarsi là dove sono già impegnate. Ma serve un atto di amore per queste terre, non ferocia da opporre ad altra ferocia. Serve un aiuto a chi si impegna e rischia la vita, un aiuto a chi, come Anna Carrino, la pentita del clan dei Casalesi, ha il coraggio di dire anche ai suoi parenti che non ne può più, che non è così che si vive. La massiccia presenza degli extracomunitari nell’agro Aversano, comunque, è ormai un fatto, ma anche qui tocca affondarci le mani, impossibile tollerare per decenni che prosperi proprio lì il mercato nazionale dell’illegalità e poi meravigliarsi dell’esplosione del fenomeno.

Le risorse non mancano, un’agricoltura fiorente, allevamenti rinomati e un mare un tempo bellissimo baciano da sempre questa terra. Se solo si partisse da quello che c’è, difendendolo e aiutandolo a prosperare, anche Castel Volturno e Casal di Principe potrebbero tornare a sperare.

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