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ULTRAS/ Meluzzi: a quei teppisti manca un vero senso di appartenenza

Pubblicazione:mercoledì 3 settembre 2008

tifosiR375_02set08.jpg (Foto)

Il campionato è appena iniziato e gli episodi di violenza non hanno tardato a farsi vedere. Quest'anno addirittura hanno coinciso con la prima giornata. Risultato: un treno sfasciato, parecchi viaggiatori regolari “sfrattati” e i soliti teppisti lasciati impuniti e a piede libero nel giro di poche ore. Abbiamo chiesto ad Alessandro Meluzzi, medico psichiatra, fervente cattolico e ormai da lungo tempo opinionista televisivo di chiara fama, di esporci il proprio punto di vista in merito a questi incresciosi fatti che puntualmente, ogni anno, non mancano di costellare il campionato italiano.


 

Dottor Meluzzi, purtroppo non è la prima volta che assistiamo a fenomeni di efferata violenza e vandalismo da parte dei tifosi. Qual è il meccanismo alla base di un comportamento simile?


 

È il meccanismo del panem et circenses, cioè di un coinvolgimento violento degli spettatori in una dimensione di gioco. È un fenomeno antico come il mondo, almeno nella società Occidentale. E quindi è chiaro, che questo aspetto catartico-violento degli spettacoli di massa purtroppo è intrinseco alle stesse dinamiche sociali. Quello su cui dobbiamo interrogarci è quali bisogni e quali esigenze vada a riempire tale falso protagonismo che consiste nel presidiare un territorio, nel gestire una banda, nel distruggere un oggetto, nell'azzuffarsi fra contendenti. Perché in questo non c'è nulla di nuovo, ma qualcosa di tremendamente pagano e anche tremendamente di “prepolitico”.


 

Che cosa intende per “pagano”?


 

Voglio ricordare che ai tempi del basso impero romano, dall'epoca di Teodosio a quella di Romolo Augustolo, le fazioni in cui si divideva la dimensione civica, che prima erano rappresentate dai senatori e i populares, dal partito dei tribuni della plebe e da quello dei patrizi, vennero sostituite da quelle che rappresentavano i colori degli aurighi del circo: c'erano i rossi, i verdi, i gialli e via dicendo. Non corrispondevano ad un'opinione, ad un'ideologia o ad una classe sociale, ma semplicemente ad un'appartenenza di squadra. Questa tendenza ad aggregarsi e a disaggregarsi per appartenenze non collocabili ad un sistema di idee è la tipica espressione di società che degenerano. E allora questa dimensione del tifo calcistico come catarsi sociale violenta nasconde anche dei sintomi regressivi che vanno interpretati al di là del controllo sociale o della pericolosità indubbia del fenomeno, ma come punta d'iceberg di una degenerazione più complessa.


 

Quindi tifare per una squadra di calcio rappresenta una forma di regressione?


 

Assolutamente no, anzi è una passione sana, e può essere un'utilissima valvola di sfogo per lo stress e un'occasione per aggregarsi pacificamente. Il calcio chiaramente è già in sé, come Desmond Morris ha mirabilmente scritto in un suo saggio, qualche cosa che rimanda all'appartenenza tribale esattamente come i riti ancestrali della caccia o della guerra. Però dovrebbe limitarsi solo ad essere un modo per sublimare l'aggressività, se invece diviene un modo per esasperarla allora è chiaro che si tratta di un rimedio peggiore del male. Oggi come oggi il fenomeno del tifo è legato a un'idea del controllo sociale esclusivamente inteso come “scarico” delle tensioni e degli impulsi. Se però tutto questo si ribalta nella sua amplificazione, il tifo si tramuta nella stessa malattia che si propone di curare.


 

A proposito di “curare malattie”, si sono levate le più differenti proposte dagli scranni della politica: c'è chi propone il divieto di trasferta e chi, come Mastella, parla addirittura di braccialetto elettronico per i teppisti. Pensa che questo tipo di provvedimenti possa effettivamente servire a qualcosa?


 

Si può essere inflessibili in vari modi, non è difficile attuare delle politiche repressive efficaci. In Inghilterra, dove c'è la tradizione degli Hooligans, ci sono riusciti non soltanto con i posti numerati, ma anche con una logica di tolleranza zero. È chiaro che se si prende qualcuno che ha partecipato a questi moti e lo si tratta con la stessa severità con cui si tratta un automobilista che ha superato i 40 chilometri di limite di velocità per un po' tutto questo bailamme si spegne.

Tutto dipende dall'efficacia e dall'effettiva esecuzione delle misure. In questo caso mi sembra che, per una serie di circostanze, l'efficacia delle misure repressive sia stata minima. Ripeto: basterebbe applicare la stessa severità draconiana che si applica per il codice della strada, ma per il momento questa mentalità manca nella dinamica con cui questi fenomeni sono trattati.


 

Ma agire solo in tal senso non significherebbe una rinuncia a un principio di “educazione” di queste masse?


 

Certamente. Il problema non è solamente reprimere, ma capire che cosa si annidi dietro queste scorribande che vanno in giro per l'Italia a sfogare le loro frustrazioni. Questo non è un problema che riguarda il calcio, il male è alla radice, riguarda il senso della vita e come questo è percepito dalle giovani generazioni. È il vuoto delle domeniche pomeriggio, non più “azzurre” come le chiamava Celentano, ma riempite da colori più forti, come quello del sangue.

Bisogna chiedersi il perché di questi fenomeni. Ciò non riguarda solo il calcio, ma anche come sono gestite le città, come si vive, qual è il senso della vita.

E soprattutto penso che la causa principale risieda in una “non appartenenza” sociale in altre dimensioni. Nell'assenza di altre appartenenze, quella al tifo calcistico diventa l'unica. E quindi vengono meno anche quei vincoli sociali e di comportamento che sono legati al far parte di una comunità. Se non c'è una comunità politica, di credenti, o anche solo di natura civica, è chiaro che l'essere parte di un gruppo di tifosi diviene un'appartenenza così forte ed esclusiva da spingersi a scontrarsi con lo Stato e con la civiltà in tutte le sue articolazioni.


 

Come mai questo tipo di appartenenza si traduce sempre, o quasi, in una volontà di distruzione?


 

Perché l'impulsività si scarica primariamente in distruzione, è la logica della psicologia delle folle, la massificazione così ben analizzata da Gustave Le Bon. È l'assalto al forno delle grucce di manzoniana memoria.

Quando la folla assorbe l'identità degli individui e si sente protetta dal gruppo può fare qualsiasi cosa. Anche perché in queste condizioni scatta il fenomeno della deresponsabilizzazione individuale. Il problema di oggi è questa costante diseducazione ad essere individui coscienti. La deresponsabilizzazione personale e la negazione della persona sono le vere minacce di questa società. Un atteggiamento quindi che è il contrario dell'essere cristiano o anche semplicemente un uomo saggio e sano.


 

A suo avviso la politica dispone della possibilità di instaurare un dialogo con questi gruppi di tifosi?


 

Sì, ma un dialogo che non sia frontale. È un po' come pensare di combattere il fenomeno delle Brigate Rosse dialogando con loro e riconoscendone l'istituzionalità. Non è dialogando coi circoli degli ultras, ma attraverso una rivoluzione culturale e di valori che si infiltri nelle masse popolari che si otterrà un cambiamento. Il ragionamento si fa con le persone, non si fa con le bande. Non si può trattare su come si debba organizzare una trasferta, perché significherebbe riconoscere uno status di identità a ciò che invece è pura degenerazione.


 

Cosa ne pensa di uno Stato che permette a degli individui di “sfrattare” dal treno persone che ne hanno pagato regolarmente il biglietto e rilascia a piede libero, dopo poche ore, i responsabili dell'accaduto?


 

Lo Stato serve e nasce non per essere un garante etico e depositario di ogni verità. Voglio morire da cattolico penitente, ma da liberale impenitente. Io sono per uno Stato che svolga correttamente le proprie mansioni fra le quali rientra anche la tutela degli spazi comuni, mentre oggi si rischia di avere uno Stato impiccione per quel che riguarda la vita delle persone e debolissimo invece nelle sue funzioni essenziali. Ciò che può derivare dall'attuale situazione è uno stato di schizofrenia collettiva. Se i cittadini non si sentono tutelati negli spazi comuni alla fine la legge che prevale è quella della jungla. Occorre dunque una nazione presente, senza che per esserlo esiga di imporsi nella gestione privata delle vita dei liberi cittadini, e una rivoluzione culturale per rieducare il popolo.



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