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BIOETICA/ Se il bambino diventa solo un oggetto di desiderio

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È di forte attualità la notizia della bambina nata da selezione prenatale, per non avere il gene del cancro al seno. Il fatto che ancor oggi in certi giornali si parli di “bambina geneticamente modificata”, per indicare la bimba nata dopo aver scartato dei fratelli e sorelle che portavano il gene non voluto, la dice lunga su un clima di incertezza in cui viaggia l’onda della fecondazione in vitro.

 

Forse non fa piacere spiegare fino in fondo che non si è curata una bambina, ma altri piccoli umani si sono stati accantonati e “messi in deposito”. Che ne sarà di loro? Sarebbe bene riflettere su questo, proprio perché il tema del diritto del bambino dovrebbe essere primordiale: in fondo “embrione” in greco vuol dire “colui che fiorisce dentro”, ed è chiaramente un’espressione riferita a un individuo, non ad una “possibilità” o a un “progetto”.

 

È proprio su questo tema che ho esposto una tesi particolare sull’Osservatore Romano di venerdì scorso: ripartiamo dai bambini, per discutere apertamente e dialogare sulla procreazione umana. L’articolo si intitola “Nessuna persona è un diritto per un altro”, che non vuol dire una serie di no, ma invece afferma l’importanza del dialogo e della ragionevole considerazione di tutti gli aspetti della questione: come escludere dal tema “fecondazione” il tema “bambino”?

 

L’articolo propone tre livelli di rischio: quello legato alle documentate possibilità di certi pericoli per la salute, che nei bambini nati da queste tecniche sono maggiori che negli altri; il rischio legato all’essere destinati a non conoscere mai l’identità del proprio genitore in caso di fecondazione eterologa; e il rischio di una possibilità di essere “selezionati su misura”, talvolta addirittura selezionando la nascita di un bambino con anomalie, come documentato dalla nascita di una bambina volutamente sorda avvenuta nel 2000 in seguito a fecondazione in vitro di una donna sorda con il seme di un donatore sordo pure lui. I rischi per la salute son ben documentati da numerosi studi e soprattutto da metaanalisi e reviews, cioè da studi che fanno il punto oggettivo su tutte le ricerche compiute fino al momento attuale.

 

Sarebbe interessante che le domande poste nell’articolo (e la letteratura scientifica esposta) trovassero terreno di dialogo, invece che chiusure preconcette. Infatti là domando se, visti i rischi non alti ma tuttavia presenti, vogliamo dialogare sull’etica di accettare per conto del bambino i rischi riportati nell’articolo.

 

È un problema che ha sollevato tutto il mondo scientifico: dal presidente del comitato francese di bioetica, alla garante per l’infanzia del parlamento francese, dal comitato di bioetica del presidente degli Stati Uniti a tutti i giornali scientifici.

 

Il “Lancet” riporta anche che in caso di Fiv«il maggior rischio dipende dalle nascite multiple. Il rischio di aborto è del 20-34% maggiore della popolazione generale. Il rischio di malattie da numero alterato dei cromosomi è maggiore così come il rischio di nascite premature è doppio rispetto alla popolazione normale; è anche aumentato il rischio di ritardo di crescita del feto». «Il rischio di malformazioni maggiori è 1,3 volte quello della popolazione generale” e c’è“anche un rischio maggiore di paralisi cerebrale».

 

Anche altre review mostrano dati simili al “Lancet”, come quella di Nancy Green su “Pediatrics” del 2004 o Jane Halliday su “Best Practice and Research Clinical Obstetrics and Gynecology” del 2008. Ripartiamo dunque dai bambini, protagonisti della fecondazione nascosti nell’ombra dai media, centro del dibattito in corso che troppe chiacchiere sui diritti dei “grandi” offuscano.



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COMMENTI
20/01/2009 - molti anni fa (enrico delfini)

ricordo che nel 70-71 il mio professore di embriologia, ci parlò di ipotizzate (e a quell'epoca sembravano lontanissime) manovre di clonazione-fecondazione extracorporea e simili, proposte da qualcuno per ottenere cellule staminali epatiche o midollari dal feto abortito. A livello teorico sembrava una buona idea per trattare leucemie e altre cose. Ma dal punto di vista morale, e deontologico ? (allora il termine bioetica era sconosciuto). Il commento del prof. fu che la creazione di un essere vivente allo scopo di ucciderlo per saccheggiarne gli organi era inconcepibile dal punto di vista "scientifico", trattandosi appunto di un essere vivente e umano. Meno rigida, a suo parere, avrebbe potuto essere la Chiesa che crede in un'anima extra-corporea- Se le intenzioni del medico e dei genitori fossero "giuste e pure", nulla vieterebbe a Dio di far germogliare una vita priva di anima il cui destino di morte potrebbe produrre guarigione e gioia. Mi rendo conto che è un ragionamento forte e forse folle, ma ha una sua logica....

 
18/01/2009 - commento (francesco tumminelli)

Da neonatologo e pediatra non posso che essere perfettamente d'accordo. Sono molto curioso di leggere qualche opinione dei ginecologi